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Chirurgia genitale maschile, in arrivo il derma bovino contro la sindrome da spogliatoio

Venerdì, 02 Dicembre 2016

Derma Bovino, onde d’urto contro le prostatiti, tecniche mininvasive e protesi di ultima generazione. Sono queste alcune delle novità nel campo della chirurgia urologica che verranno illustrate durante il XII Congresso nazionale della Società Italiana di chirurgia genitale maschile (SICGEM), in programma a Bologna dal 1 al 3 dicembre 2016. Durante la tre giorni, oltre alle letture magistrali e alle tavole rotonde saranno effettuati otto interventi in live surgery in collegamento con le sale operatorie del Policlinico di Sant’Orsola di Bologna.

 

 

Derma bovino. Le misure contano. Non sempre è così ma oggi la chirurgia genitale può fare molto per alleviare la cosiddetta “sindrome da spogliatoio”. Per la prima volta al mondo, nel corso del Congresso, verrà effettuato un intervento chirurgico di ingrandimento penieno con l’innesto di una matrice di collagene acellulare derivata dal derma bovino neonatale e fetale. In generale, anche in Italia, per l’ingrandimento del pene si innesta del grasso prelevato dal tessuto adiposo dello stesso paziente ma nel tempo la tecnica ha dimostrato degli inconvenienti, a cominciare dal riassorbimento del grasso e la creazione di antiestetici accumuli. «Anche nei casi rari in cui il grasso viene distribuito in maniera omogenea – spiega Giovanni Alei, professore benemerito di Urologia, Iª Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi "Sapienza" Università di Roma e Presidente della Società Italiana Chirurgia Genitale Maschile (SICGEM) – il paziente nella fase di erezione ha la sensazione di avere un cuscinetto intorno al pene. In passato – continua - abbiamo avuto ottimi risultati con il derma umano che tuttavia non viene più commercializzato in Italia perché soggetto alle stesse normative della donazione d’organo e delle trasfusioni. In alternativa, è stato usato il derma suino, che dona al paziente la percezione di rigidità e un ampliamento uniforme, ma ora siamo pronti a intervenire con il derma bovino fetale o neonatale che ha la particolarità di essere più inerte di quello suino e di quindi provocare meno reazioni di intolleranza». Nell’operazione che verrà eseguita durante il Congresso nazionale della SICGEM, in particolare, verrà innestato nella sottocute del pene un derma bovino dello spessore di 3 millimetri. «Il paziente – sottolinea  il professor Alei – ha 39 anni e ha già subito un intervento di ingrandimento con l’inserimento di grasso autologo ma con risultati insoddisfacenti».

Onde d’urto contro le prostatiti. All’appuntamento di Bologna verrà presentato un recente studio, il cui protocollo è stato ideato dallo stesso presidente della SICGEM, condotto dal dottor Piero Letizia, urologo, dottore di Ricerca in Chirurgia Plasticadell’Università degli studi "Sapienza" Università di Roma e membro dell’equipe del professor Alei, sull’utilizzo delle onde d’urto a bassa intensità per curare la prostatite, una patologia che colpisce il 14% della popolazione maschile. I sintomi sono: dolore pelvico, incontinenza urinaria e impotenza. La forma più frequente è la prostatite cronica o sindrome del dolore pelvico cronico che interessa il 10-15% della popolazione e può insorgere negli uomini di qualunque età. «L’applicazione delle onde d’urto a bassa intensità – afferma il dottor Letizia - ha dimostrato già ottimi risultati nel caso delle disfunzioni erettili perché è stata riscontrata la creazione di nuovi vasi (neoangiogenesi) nell’organo del paziente. L’impulso meccanico, infatti, produce una sostanza, l’ossido nitrico sintetasi, e il rilascio di fattori di crescita vascolari. Le onde d’urto risolvono così il problema alla base: grazie ad esse riscontriamo una diversa reattività del tessuto cavernoso di fronte a uno stimolo erettile che, come dimostrato, ha una durata persistente nel tempo. Nel caso della sindrome da dolore pelvico cronico – spiega ancora Letizia – le onde d’urto riducono il dolore attraverso alcuni meccanismi: l’interruzione del flusso degli impulsi nervosi da iperstimolazione dei nocicettori, la guarigione dei tessuti da processi di rivascolarizzazione e la riduzione del tono muscolare. Ciò ha portato a importanti risultati statisticamente significativi in termini di miglioramento della qualità della vita e del dolore, dello svuotamento vescicale, senza effetti collaterali e una variazione ecografica della prostata e del livello di PSA. Lo studio che presentiamo al Congresso, ha visto l’applicazione di due trattamenti, da 3000 onde d’urto ciascuno, ogni settimana per sei settimane, su 18 pazienti con un’età media di 39 anni. Il dolore pelvico in particolare si è ridotto dell’80%, non sono stati riscontrati effetti collaterali e si è riscontrata una riduzione del volume della prostata del 70%. Tutti questi risultati – ha concluso - ci fanno ritenere ottimisti sull’uso delle onde d’urto per la cura delle prostatiti in futuro».

Centimetri in più. Sempre durante il Congresso verrà eseguita una seconda operazione a scopo divulgativo. Si tratta di un intervento di allungamento effettuato secondo la tecnica ideata dallo stesso professor Alei che prevede  l’inserimento di un distanziatore in silicone fra pube e base del pene, che ben si adattano alle caratteristiche anatomiche dei pazienti. «Le tecniche più attuali – commenta Alei - consentono aumenti di dimensione intorno al 25-30% rispetto a quelle iniziali, restituendo sicurezza e piena facoltà di intraprendere una vita di relazione normale. Ad oggi, abbiamo operato quasi 500 pazienti, effettuando in alcuni casi entrambi gli interventi di allungamento e ingrandimento».

Benessere sessuale per i pazienti oncologici. La maggior parte degli uomini fra i 40 e i 70 anni ha problemi di disfunzione erettile. Come dire che, nel mondo, un maschio adulto su due non ha una vita sessuale soddisfacente con forti ricadute sulla sfera sentimentale e psicologica. Molti però, dopo una diagnosi di tumore della prostata, sono reduci da un intervento di prostatectomia. «Nel 70-80% dei casi – afferma Alei - sia nei tumori della vescica sia in quelli della prostata, l’asportazione chirurgica comporta come complicanza l’impotenza, anche se l’intervento viene eseguito correttamente». Questi pazienti non hanno una buona qualità della vita, se consideriamo il desiderio di avere una attività sessuale regolare anche dopo i 65 anni. «In questi casi – afferma il Presidente della SICGEM - si procede con la riabilitazione precoce, tramite terapie farmacologiche che hanno grandi percentuali di successo. Se tuttavia non si risolve il problema, da pochissimi anni, esiste un nuovo tipo di protesi idraulica tricomponente che viene inserita con un intervento mininvasivo ed ha bassissimi rischi di infezione. La particolare micro pompa di questa protesi consente di far tornare il pene a riposo con un semplice pulsante, senza che il paziente debba compiere altre manovre, così come accadeva con le protesi di seconda generazione».

Il nemico numero uno degli uomini. Il tumore della prostata con il suo 20% di incidenza è in cima alle diagnosi di cancro negli uomini. Dagli anni ’90 agli anni 2000 il numero dei casi ha subito un’impennata: merito della diffusione dell’esame del PSA e della maggiore attenzione che gli uomini danno alla propria salute. Dal 2004 però assistiamo a una flessione, unita alla diminuzione del tasso di mortalità. Questo non significa che si eseguano meno test di diagnosi ma che la sensibilità verso i fattori di rischio e l’efficacia della risposta alla terapia chirurgica siano migliorate. Oggi l’efficacia della prostatectomia radicale, ovvero l’asportazione in blocco di prostata e vescicole seminali, è al primo posto per rimuovere completamente la malattia, essendo assolutamente affidabile e ormai molto sicura. L’intervento può essere fatto a cielo aperto per via addominale ma anche per via laparoscopica e robotica. «Il vantaggio della via addominale – spiega il professor Giovanni Alei - è che contemporaneamente alla prostata si possono rimuovere, affinché vengano analizzati, tutti i linfonodi in cui si potrebbe essere infiltrato il tumore».

Tecniche mininvasive. Scopo delle metodiche chirurgiche più innovative è quello di mettere al centro l’uomo e il suo benessere, riducendo i giorni di degenza e il decorso post operatorio. Oltre alla qualità della vita della persona, a beneficiarne sono i bilanci dell’ospedale e della previdenza sociale, in termini di giorni d’assenza da lavoro o di assistenza domiciliare.

Nel campo della chirurgia genitale maschile un esempio di tecnica mininvasiva che ha ridotto i costi e le complicanze per i pazienti è quella utilizzata per intervenire per correggere l’induratio penis plastica o malattia di La Peyronie, caratterizzata da ispessimenti fibrosi o placche, in una o più parti del pene, e dall’incurvamento. La patologia è una delle cause di impotenza ed eiaculazione precoce e ha un’incidenza nella popolazione maschile fra i 40 e i 60 anni pari al  5% (circa 450mila pazienti), anche se la cifra è da considerarsi sottodimensionata, vista la mancata o, in alcuni casi, tardiva diagnosi.

La prima tecnica di correzione dell’incurvamento penieno o corporoplastica, ideata da Nesbit, risale al 1965. «Anche se è la più diffusa fra i chirurghi urologi - osserva il presidente della SICGEM -, questa metodica è gravata da numerose complicanze. A cominciare da inestetismi da circoncisione e cicatrici, alto tasso di recidive (registrate fra il 25 e il 30%), iposensibilità, tempi di guarigione e decorsi post operatori lunghi, impotenza nel 30% dei casi ed accorciamento sensibile». Da oltre 20 anni il professor Alei ha introdotto una nuova tecnica mininvasiva che permette di conservare la capacità erettile e la sensibilità per la correzione della curvatura, attraverso un accesso alla base del pene, senza circoncisione, che non lascia segni visibili. Inoltre, se con la metodica tradizionale, nella maggior parte dei casi è stata riscontrata la disfunzione erettile, con questo approccio innovativo l’erezione migliora. Dal 2012, infine, è possibile effettuare l’operazione in day-hospital con anestesia locale, in virtù dell'utilizzo di nuove suture. Ciò ha permesso di ridurre moltissimo i disagi per il paziente e, dato ancora più rilevante, la tecnica ha registrato un tasso inferiore di recidive, pari a circa il 3% (British Journal of Urology, 2014).

Risparmi per la sanità pubblica. La differenza di costo fra la tecnica tradizionale e la soluzione in day-hospital per correggere l’induratio penis plastica sarà oggetto di riflessione durante il Congresso nazionale. Conti alla mano, con la prima tecnica, si prevede in media una degenza ospedaliera di 3 giorni, per una spesa totale di oltre 3500 euro ad intervento (in base ai DRG del 2009 attualmente in vigore), contro i 2000 versati invece per la seconda. A livello nazionale, questa differenza si traduce in milioni di euro. Considerato che solo il 20% (90mila) dei pazienti affetti da induratio penis plastica viene operato, nell’ipotesi in cui la totalità degli interventi fosse effettuata con la tecnica tradizionale, l’ammontare dei costi sarebbe pari a oltre 315 milioni di euro. Se invece tutti fossero svolti con la tecnica mininvasiva la cifra scenderebbe a 180 milioni, con un risparmio del 42%.

 CS  SICGEM

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