Serve ugualmente la logopedia se il bambino autistico non collabora?

“Buongiorno Dottore, le telefono per disdire l’appuntamento che avevo preso con lei per farle visitare mio figlio, di tre anni, con sospetto di autismo. Il motivo è questo: l’ho portato a visita presso una clinica universitaria di un’altra città, e lì mi hanno detto che innanzitutto non è chiara la diagnosi, e poi, in ogni caso, è presto per iniziare la logopedia, perché il bambino, pur essendo privo di linguaggio, risulta disattento, iperattivo e aggressivo; dunque la logopedia non servirebbe ancora”.

La mia risposta:

“Cara Signora, non sarò certo io a convincerla a venire ugualmente a visita da me, perché non devo reclutare clientela, bensì limitarmi a informare e a mettermi a disposizione di chi vuole consultarmi, purchè convinto dell’utilità di rivolgersi a me. Tuttavia, rispondendo alla mia coscienza di professionista e di uomo, le dico soltanto che: Una diagnosi non chiara, è problema di chi dovrebbe saper formularla, e non del paziente e delle caratteristiche della sua patologia. Oltretutto, io distinguo sempre la diagnosi clinica (definizione della sintomatologia, alla quale è doveroso saper dare un nome), dalla diagnosi anatomopatologica (identificazione degli organi e apparati alterati), da quella etiologica (individuazione, se mai avverrà completamente, delle cause del problema); e una diagnosi clinica è dovere e competenza di un medico del settore, saper formularla, a prescindere dalla solita sarabanda di analisi e indagini avviate spesso a caso o secondo protocolli standard non personalizzati. La frase “è presto per iniziare la logopedia”, identifica la madre di tutte le cretinate che si possono dire in riabilitazione, dove il “presto” non dovrebbe mai esistere. Accetterei più un errore diagnostico, un’indicazione terapeutica diversa da quella che realizzerei io, ma non un rinvio di una qualsivoglia iniziativa rimediativa di un problema. A questo punto, credo sia superfluo anche aggiungere che la logopedia non è riservata solo a chi è attento, bello, bravo, buono e disponibile; ma, anzi, più che mai andrebbe indicata proprio a chi, oltre a non parlare, difetta anche in attenzione, comportamento, partecipazione… Una logopedista capace deve saper lavorare soprattutto in situazioni simili. Buona fortuna, Signora, che Dio assista suo figlio, visto che gli scienziati dell’università di (omissis) se ne sono dimostrati ampiamente incapaci, rispondendole e dissuadendola in quel modo”.

 

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