Un'app per autogestire la gotta

Giovedì, 09 Giugno 2022

Un nuovo studio pubblicato su Lancet Rheumatology segnala la possibile efficacia di un’app per smartphone in caso di gotta. L’app aiuta a registrare i livelli di urato e le riacutizzazioni della malattia, comunicando in tempo reale ai medici i risultati ottenuti.


«Sebbene le attuali linee guida sottolineino l'importanza di mantenere l'urato al di sotto dei livelli target per ridurre le riacutizzazioni e migliorare i risultati clinici, ciò non viene sempre raggiunto nella pratica clinica», spiega Philip Riches, del Western General Hospital di Edimburgo, autore principale dello studio.
Nel corso dei test, 60 pazienti hanno seguito in maniera autonoma i propri livelli di urato, inserendo i dati nell’app GoutSMART, oltre a informazioni sulla gravità della malattia e sulla qualità di vita.
A tutti i pazienti, che avevano un urato sierico di 0,36 mmol/L (6 mg/dL) o superiore al basale, è stata raccomandata una terapia per abbassare l'urato, e tutti hanno ricevuto un piano di gestione della gotta. Ai pazienti nel gruppo di intervento che hanno registrato un livello di urato superiore a 0,30 mmol/L (5 mg/dL) tramite l'app durante lo studio è stato chiesto di eseguire un autotest ogni due settimane, e sono
stati forniti promemoria giornalieri nell'app.
I livelli di urato sono stati inviati ai medici, che sulla base dei dati hanno modificato le dosi del trattamento. L’app è stata utilizzata anche dai partecipanti del gruppo di assistenza abituale, ma soltanto per registrare attacchi di gotta, inviare messaggi ai ricercatori o tenere un diario sulla qualità di vita.
A 24 settimane dall'inizio dello studio, il 73% dei 40 partecipanti al gruppo di autogestione aveva raggiunto l'obiettivo di urato pari a 0,30 mmol/L o inferiore, rispetto al 15% dei 20 partecipanti al gruppo di cura abituale.
Anche a un anno dall’inizio dell’intervento la differenza è rimasta invariata: dopo 12 mesi, infatti, l’80% delle persone del gruppo di autogestione aveva raggiunto l’obiettivo, contro il 45% dei pazienti del gruppo di cure abituali.
«Sarà importante determinare se il successo di questo intervento di autogestione può essere replicato in una popolazione di pazienti ancora più ampia», affermano Lisa Stamp dell'Università di Otago, in Nuova Zelanda, e Angelo Gaffo dell'Università dell'Alabama a Birmingham, in un editoriale di accompagnamento.

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Autore

Sperelli

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