Come si rischia l’infezione da coronavirus

Mercoledì, 20 Maggio 2020

Un docente di Biologia e Immunologia dell’Università del Massachusetts – Erin Bromage – ha pubblicato sul proprio blog un articolo molto apprezzato, tanto da essere ripreso dal New York Times. L’articolo si concentra sui rischi di infezione da nuovo coronavirus, e lo fa cercando di fare chiarezza sui tanti dubbi che attanagliano la comunità scientifica e tutti noi alle prese con un virus nuovo e minaccioso.

Nella maggior parte dei casi, spiega Bromage, le persone si infettano proprio in casa. Un membro della famiglia contrae l’infezione al di fuori dell’ambiente familiare, ma poi la diffonde all’interno del nucleo familiare, infettando mariti, mogli, figli e nonni.

Ma al di fuori del contesto familiare, dove si contrae l’infezione? Nell’immaginario collettivo il posto più pericoloso è il supermercato. Nelle scorse settimane, poi, tanti si sono lamentati di chi faceva jogging o di chi andava in bicicletta, ovviamente non indossando la mascherina. Bromage ci dice che questi posti e queste situazioni non devono in realtà preoccuparci.
Per infettarsi è necessario esporsi a una determinata dose di virus. Gli esperti stimano un valore minimo di 1000 virioni inalati affinché si produca un’infezione. È ovviamente una stima approssimativa, ma probabilmente molto vicina al vero. Bromage sottolinea il valore cumulativo del virus, vale a dire che ci si può infettare non solo perché si inalano nello stesso momento 1000 particelle virali – il caso di uno starnuto in faccia – ma anche semplicemente respirando per 10 volte 100 particelle virali o per 100 volte 10 particelle.
Uno degli ambienti più pericolosi è il bagno, pieno di superfici che vengono inevitabilmente toccate, spesso con le mani sporche. È ancora dubbia la possibilità che il virus si trovi anche nelle feci, ma è sicuro che lo sciacquone del bagno possa aerosolizzare eventuali droplet che circolano nell’aria. In tal senso, l’utilizzo dei bagni pubblici è da sconsigliare, almeno finché non se ne saprà qualcosa di più.
Un solo colpo di tosse è sufficiente per produrre fino a 3.000 droplet, che “sparati” a 75 chilometri orari possono raggiungere diversi metri di distanza. Le goccioline più pesanti cadono subito a terra, ma le altre possono rimanere sospese in aria a lungo e diffondersi negli ambienti chiusi, dove non c’è ricircolo dell’aria.
Nel caso di uno starnuto, i droplet possono arrivare anche a 30.000, con una velocità che in alcuni casi può superare anche i 300 chilometri orari. Le dimensioni delle goccioline sono più piccole e le distanze coperte possono quindi essere più grandi.
Secondo Bromage, tosse e starnuti di una persona infetta possono contenere fino a 200 milioni di particelle virali. In fase di respirazione produciamo fra i 50 e i 50.000 droplet. In questo caso però la velocità di espulsione è molto inferiore e i droplet ricadono rapidamente a terra senza rimanere in sospensione. La carica virale associata a semplice respirazione è molto bassa, anche se per la stima ci si basa su virus diversi.
Di conseguenza, il rischio di rimanere infettati entrando in una stanza dove pochi minuti prima una persona infetta ha starnutito o tossito è relativamente alto. Se invece la persona infetta non tossisce né starnutisce ma semplicemente respira, allora il rischio sarà basso. Invece di pochi minuti, in questo caso sarebbe necessaria anche un’ora, ipotizzando che in media la persona infetta emetta 20 particelle virali al minuto e che l’altro le respiri tutte, ipotesi già di per sé abbastanza improbabile.
Qual è il ruolo degli asintomatici nella diffusione del virus? I dati indicano che il 44% delle infezioni è dovuta a persone senza sintomi. Il virus può essere diffuso negli ambienti che si frequentano fino a 5 giorni prima che compaiano i primi sintomi.
Le informazioni in possesso dei ricercatori mostrano anche che il momento di maggior contagiosità è subito prima la comparsa dei primi sintomi.
Secondo Bromage, in fase di allentamento del lockdown dobbiamo tenere bene a mente quali sono gli ambienti più rischiosi. Per farlo, cita alcuni esempi. Una ricerca mostra, ad esempio, la capacità infettiva di un solo cliente asintomatico all’interno di un ristorante.

 

La persona infetta (A1) sedeva a tavola con 9 amici. La cena è durata circa un’ora e mezza. Durante il pasto, il cliente asintomatico ha emesso bassi livelli di virus nell’aria semplicemente respirando. I flussi d’aria all’interno del locale, determinati dai condizionatori, hanno fatto viaggiare le particelle virali da destra verso sinistra. Circa il 50% delle persone che mangiavano insieme al cliente asintomatico ha sviluppato sintomi nel giro di 7 giorni. Il 75% delle persone sedute al tavolo vicino sono rimaste infettate. Perfino 2 delle 7 persone che sedevano al tavolo opposto rispetto ai flussi d’aria hanno finito per ammalarsi, probabilmente per temporanei cambiamenti nel flusso dell’aria dovuti a persone che si muovevano o porte che si aprivano. Nessuno dei tavoli E o F è rimasto contagiato.
Un altro valido esempio della contagiosità di Sars-CoV-2 è dato dalla vicenda del call center di Seul.


In questo caso, un solo dipendente infetto ha di fatto causato l’infezione di altre 94 persone. L’uomo è andato al lavoro, all’undicesimo piano di un edificio che ospita diverse aziende. In quel piano lavoravano 216 impiegati. Nel giro di una settimana, 94 di loro sono risultati infetti. 92 hanno sviluppato sintomi e solo 2 sono rimasti asintomatici. Da notare come la stragrande maggioranza delle infezioni avvenga su un solo lato dell’ufficio, mentre pochissime sono le persone dell’altro lato contagiate. È impossibile stabilire l’esatto numero delle persone che si sono contagiate a causa dei droplet o per aver toccato superfici contaminate.
È importante tuttavia sottolineare come rimanere in un ambiente chiuso e condividere la stessa aria per un tempo prolungato aumenti notevolmente le possibilità di infezione. Degli altri piani, solo 3 persone sono rimaste contagiate, ma non se ne conosce il motivo. La cifra è molto modesta, sebbene le interazioni fra gli impiegati dei vari piani fossero frequenti negli ascensori e nelle sale comuni. Un dato che segnala l’importanza del fattore tempo nell’esposizione al coronavirus.
Bromage evidenzia l’improbabilità di un contagio all’aria aperta, in primo luogo perché le interazioni sociali sono più brevi, e poi per l’effetto “diluente” di vento, sole e umidità. Tutto ciò concorre a ridurre al minimo il rischio di infezione all’esterno.
Il rischio è basso anche al supermercato, se si considera l’ampiezza dell’ambiente, la restrizione sul numero delle persone che possono accedere nello stesso momento e la quantità di tempo limitata che i clienti trascorrono al suo interno. In questo senso, chi lavora al supermercato avrà un rischio più alto.
In generale, conclude Bromage, il rischio di infezione è dato dal rapporto fra dose di virus cui si è esposti e tempo di esposizione.

Non sei iscritto, partecipa a Okmedicina!

Autore

Sperelli

File disponibili

Nessun file caricato

Tour del sito

Chi è in linea