Hiv come malattia cronica

Lunedì, 19 Ottobre 2020

Le terapie moderne per l’infezione da HIV hanno trasformato questa malattia in una patologia cronica. Oggi l’aspettativa di vita di una persona affetta da infezione fa HIV è sostanzialmente sovrapponibile a quella della popolazione generale. “Tuttavia, diversi studi hanno dimostrato una maggior frequenza di alcune patologie non infettive, legate normalmente all’invecchiamento, quali ad esempio le malattie cardiovascolari, per le quali il rischio è quasi il doppio nelle persone con infezione da HIV – ha evidenziato il Prof Paolo Bonfanti, Professore di Malattie Infettive presso l’Università Milano-Bicocca a Monza - Le terapie attualmente a disposizione permettono comunque di abbassare il rischio di sviluppare queste condizioni legate all’invecchiamento, riducendo lo stato di infiammazione cronica che l’infezione determina e che è in parte alla base di esse. Pur trattandosi di regimi terapeutici gravati da minor tossicità rispetto a quelli del passato, possono comunque indurre alcuni eventi inattesi come l’aumento di peso e costituire quindi essi stessi un potenziale fattore di rischio”.

 

 

L’Hiv oggi si può controllare, garantendo al paziente una qualità di vita molto simile al resto della popolazione, e si può ridurre la viremia fino ad azzerarne il rischio contagio. Resta di fatto un ultimo limite ancora non superato: l’eradicazione del virus dall’organismo. Uno dei principali ostacoli all’eliminazione dell’HIV dall’organismo è la sua capacità di sopravvivere in forma latente dentro le cellule CD4 (Linfociti T) che si trovano in uno stato non attivo. Queste cellule sono infettate da HIV e lo mantengono in uno stato di latenza: il virus resta così invisibile al sistema immunitario e si formano dei reservoir virali. Soltanto quando il virus comincia a riprodursi, il sistema immunitario rileva la cellula infetta. “La terapia antiretrovirale permette di mantenere un basso livello di replicazione virale durante l’attivazione di queste cellule latenti – evidenzia il Prof. Massimo Clementi, Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano - Ma, come dimostrato da recenti studi, un’interruzione terapeutica di poche settimane provoca un rimbalzo della carica virale a livelli corrispondenti a quelli pre-trattamento. In un primo momento, è stato affermato che un trattamento antiretrovirale precoce potesse ridurre la possibilità dell’HIV di stabilire dei serbatoi del virus. Altri studi più recenti, invece, sono basati su strategie che mirano a far uscire queste cellule dalla latenza al fine di riconoscerle. L’idea di risvegliare il virus è il primo passo per quella che i ricercatori hanno ribattezzato una strategia di shock & kill, il cui scopo mira a eradicare completamente il virus dal soggetto infettato”.
In merito alle più significative novità, il 2019 ci ha consegnato un’evidenza scientifica rivoluzionaria, sintetizzata nell’acronimo U=U, Undetectable=Untransmittable, Non rilevabile=Non trasmissibile. Una conclusione che supporta l’efficacia della terapia antiretrovirale nella prevenzione della trasmissione dell’infezione da HIV da persone che hanno raggiunto la soppressione virologica. In altri termini, le persone con HIV in terapia efficace non trasmettono il virus ai/alle partner, grazie alla corretta assunzione della terapia antiretrovirale. “Mi sembra una rivoluzione rimandata per il momento, vista la poca pubblicità data a una scoperta che segna una svolta epocale – dichiara Sandro Mattioli, Presidente Plus, Persone LGBT+ Sieropositive, Bologna – Per i pazienti significa molto, visto anche l’impatto che può avere sullo stigma e contro la discriminazione: siamo passati dalle accuse di “untori” a un fatto scientifico innegabile, per cui le persone con Hiv, se sottoposte a terapia efficace, non sono contagiose. Questa innovazione dunque ha sia una valenza scientifica e clinica, ma anche un peso sociale, culturale e infine psicologico. Proprio su questi elementi si dovrebbe intervenire con iniziative volte a promuovere il messaggio di questa novità”. In tanti, infatti, soprattutto tra i più giovani, ancora non sono al corrente di questa svolta, così come persiste un’ignoranza sulle modalità di trasmissione del virus, sui rischi che si corrono e sulle necessarie precauzioni da prendere in merito a comportamenti corretti e modalità di prevenzione. “Un’altra questione delicata è legata alla prevenzione – aggiunge Mattioli – La PrEP, infatti, la profilassi pre-esposizione, che consiste nell’assunzione preventiva di farmaci attivi contro Hiv, è accertata da numerosi studi scientifici come efficace, ma resta poco diffusa e molto costosa, non rimborsata dal SSN, rischia di diventare una prevenzione di classe perché non accessibile da tutti”. Inoltre, in questi mesi, la situazione si è aggravata per la pandemia di Covid-19: le misure prese per far fronte all’emergenza, infatti, hanno reso più complicata sia la gestione delle persone con HIV, sia la prevenzione, a partire proprio dalla PrEP, che ha subito ulteriori difficoltà nell’accesso.

 

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Autore

Sperelli

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