Terze dosi? Forse conviene lasciarle ai paesi poveri

Martedì, 21 Settembre 2021

Terza dose per tutti sì o no? Comincia a proporsi il dilemma sull’opportunità o meno di somministrare la terza dose di vaccino anti-Covid a tutta la popolazione e non solo alle categorie fragili.


Secondo la biologa Barbara Gallavotti, intervistata da Dire, potrebbe non esserci necessità di una terza dose generalizzata: “Quello che sembra essere evidente è che ci sono, effettivamente, delle categorie di persone che traggono beneficio da una terza dose e sono proprio quelle a cui la dose viene offerta. Mancano, però, ancora prove sostanziali sul fatto che tutta la collettività possa trarne beneficio e questo da diversi punti di vista. Intanto non è chiaro quanta protezione aggiuntiva potrebbe offrire una terza dose a persone che non hanno particolari fragilità. Le due dosi di vaccino proteggono già molto bene dalle forme gravi e dalla morte, che è l’obiettivo principale della vaccinazione. Non è, dunque, assolutamente ovvio che possa valere la pena aggiungere protezione con una terza dose”.
La biologa e divulgatrice scientifica ricorda, inoltre, che “la protezione indotta dai vaccini si manifesta certamente con gli anticorpi, ma anche grazie alle cellule del sistema immunitario che mantengono memoria dell’incontro con il virus e non c’è particolare prova che questa memoria si affievolisca in pochi mesi”. E aggiunge poi che “il richiamo crea un aumento degli anticorpi ma non conosciamo la loro durata. Non è ancora chiaro, ovviamente, perché viene fatto da troppo poco tempo. E anche in questo caso bisogna capire se per persone che non hanno particolari fragilità possa fare la differenza stimolare la produzione di anticorpi aggiuntivi, dei quali però non si conosce la durata”. Potrebbe, magari, “essere opportuno attendere di fare un richiamo con delle dosi di vaccino modificate per rispondere meglio contro le varianti in circolazione”. Questo perché, spiega la divulgatrice scientifica, “noi ci proteggiamo in due modi contro il virus: individualmente vaccinandoci, ma anche come collettività diminuendo la circolazione del virus sul pianeta. Sarebbe più conveniente– secondo la biologa- destinare questi vaccini che sarebbero utilizzati come terze dosi a Paesi che non sono ancora sufficientemente vaccinati per impedire che proprio lì il virus circoli eccessivamente e che, magari, sviluppi varianti estremamente pericolose”.
Passando ai vaccini personalizzati e al vaccino polivalente, possono essere considerati il futuro? La biologa e divulgatrice scientifica ritiene che “sicuramente ci sono molti studi che puntano a trovare un vaccino contro il coronavirus che possa funzionare contro tutte le varianti, se non addirittura nei casi più ambiziosi, contro altri coronavirus. E questa è certamente una linea di ricerca estremamente interessante ma, ovviamente, non facile da percorrere”. Quando si parla di vaccini personalizzati, precisa Gallavotti, “in genere si intendono i vaccini che vengono sperimentati contro i tumori. Può, dunque, essere fuorviante chiamarli ‘vaccini’, perché non si tratta di farmaci che vengono dati per prevenire la malattia quanto, piuttosto, per fermare lo sviluppo dei tumori. Dato che sappiamo che ogni tumore, purtroppo, è un caso a sé, possiede caratteristiche specifiche, la grande sfida della Medicina è riuscire a sviluppare farmaci che siano adatti a contrastare esattamente il tumore in uno specifico paziente”. Si parla di vaccini perché “una volta individuate le caratteristiche delle cellule tumorali si potrebbe ‘addestrare’ il sistema immunitario, tramite qualcosa che assomiglia molto ai vaccini che stiamo usando e a base di Rna, ad attaccare quelle specifiche cellule tumorali e a distruggerle”, chiarisce.
Per quanto riguarda, infine, l’annuncio di Pfizer-BioNTech, il cui vaccino sarà presto utilizzato nella fascia 5-11 anni “perché sicuro e ben tollerato” e ha prodotto una risposta immunitaria “robusta” nei bambini di quell’età, Gallavotti invita alla calma: “Questa è certamente una eccellente notizia ma ricordiamoci che bisogna passare la fase importantissima di approvazione da parte delle Agenzie deputate ad approvare il farmaco, che negli Stati Uniti è la Food and Drug Administration e in Europa è l’Agenzia Europea per i medicinali. Si tratta di un passaggio che non è una formalità, è davvero una fase di analisi accurata dei dati, fatta per garantire la sicurezza di tutti i cittadini. Credo che festeggeremo nel momento in cui il percorso di approvazione sarà veramente ultimato”, conclude.

Non sei iscritto, partecipa a Okmedicina!

Autore

Sperelli

File disponibili

Nessun file caricato

Tour del sito

Chi è in linea