Covid, i vantaggi dei tamponi COI

Martedì, 01 Febbraio 2022

Di tamponi in commercio ne esistono molti e le differenze sono notevoli. Tra quelli di ultima generazione e maggiormente affidabili rispetto agli antigenici rapidi c’è quello a immunofluorescenza, ma in cosa differisce? A chi è riservato? Si può fare ovunque?


“I tamponi a immunofluorescenza - spiega il professor Sanguinetti alla Dire - si basano su una metodica semi-quantitativa che restituisce un numero (detto COI) che va da zero a ‘infinito’. Questo valore è proporzionale alla carica virale di quel soggetto. Questo test è più attendibile dell’antigenico rapido perché avere un numero ti offre la possibilità di identificare il livello positività”.
“Infatti se il COI supera il valore di 10 la positività è pressoché certa e non è necessario eseguire un test molecolare per la conferma. Se inferiore a tale valore è necessario invece confermare il risultato attraverso un test molecolare. Poi ci sono test antigenici più sensibili, cioè quelli che vengono effettuati nei laboratori come il nostro, all’interno del Gemelli, che hanno una efficacia comparabile a quella di un test molecolare perché sono in grado di rilevare concentrazioni di virus medio-basse”.
“Questa tipologia di tamponi può essere rivolta a tutti, non solo ai non vaccinati ma anche ai vaccinati che hanno avuto un contatto con un positivo o con sintomi, se l’idea alla base del tampone è ‘screenare’ la popolazione e intercettare anche gli asintomatici”.
“Nei bambini il discorso è chiaramente diverso potrebbe essere usato un campione di saliva, che è ottimale data l’età del soggetto e molto pratico, ma attualmente non disponiamo di rapidi salivari validati ma solo di test molecolare salivari”, precisa Sanguinetti.
“Direi che il tampone oggi è soprattutto uno strumento amministrativo per spingere alla vaccinazione i non vaccinati. Allora forse, lo dico senza polemica - precisa Maurizio Sanguinetti - sarebbe stato più fruttuoso introdurre l’obbligo vaccinale per tutti e non solo per gli over 50. Se invece vogliamo discutere della validità del tampone come strategia per ridurre la circolazione dell’infezione le dico che ci sono dei limiti. Non tutti a mio avviso sono in grado di fare diagnostica ad alti livelli. Tutti i tamponi rapidi antigenici e i ‘Coi’ di cui abbiamo parlato sono operatore dipendenti oltre che diversamente sensibili nella rilevazione della presenza del virus. Per questo i test svolti in farmacia sono in grado di identificare le cariche alte ma non quelle medie o basse. Questo limite va a cozzare con il concetto per cui è nata la certificazione verde e cioè scovare i positivi”.
“Purtroppo non è stato costruito nulla sul territorio dal punto di vista diagnostico in due anni di pandemia se non ricorrere a screening rapidi in farmacia. Dico che si poteva fare qualcosa di meglio, era una grande occasione ma ormai è persa”, sottolinea Sanguinetti.
“Tra sei mesi la pandemia, se non ci saranno nuove varianti, andrà verso la totale stabilizzazione e il COVID sarà considerato come una malattia infettiva respiratoria come l’influenza e altre con cui conviviamo da tempo. Anche i fondi che arriveranno con il Pnrr potevano servire a costruire laboratori di microbiologia che sul territorio non esistono, ad esempio nelle Asl, proprio per alleggerire il lavoro negli ospedali. Basterebbe investire di più e meglio sul personale sanitario ma in Italia questo discorso non si può fare”, spiega Sanguinetti. “Bisogna scegliere di convivere con la malattia. Prima o poi dovremo finire di fare questa quantità enorme di tamponi. Io non sono polemico ma da scienziato non capisco più a cosa servono tutti questi tamponi. Dico che con la variante Omicron fare questi tamponi sembra voler svuotare il mare con un secchiello. Bisogna focalizzarsi piuttosto sul controllo delle persone, anche se vaccinate, che rischiano la forma severa della malattia ossia alle persone fragili e con comorbosità”, ha concluso il professor Maurizio Sanguinetti.

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