Disforia di genere, pochi tornano indietro

Mercoledì, 08 Giugno 2022

“In termini medici si chiama disforia di genere, in pratica è uno stato di incertezza sull’identità sessuale, relativa all’identificazione rispetto al genere, spesso doloroso e marginalizzante”.
Così Piernicola Garofalo, endocrinologo dell’età evolutiva e componente in Sicilia del Tavolo regionale per la Medicina di genere, interpellato dalla Dire sul tema in occasione della presentazione a Roma dei risultati preliminari dello ‘Studio sullo stato di salute della popolazione transgender adulta in Italia‘, condotto dall’Istituto superiore di Sanità in collaborazione con centri clinici distribuiti sul territorio nazionale e associazioni/collettivi transgender.

 


“Si tratta di una condizione che sempre più va assumendo i connotati di una ‘non malattia’ in senso tradizionale - prosegue l’endocrinologo - Infatti non sappiamo perché viene, né abbiamo una terapia specifica per curarla. Abbiamo però certamente gli strumenti per riconoscerla e supportarla”. La disforia di genere, nota anche come incongruenza di genere, è quindi un “disagio soggettivo espresso fin dalla prima infanzia”, la cui diagnosi non consiste in esami ematici (ormonali o genetici) ma in valutazioni psicologiche e comportamentali. “Sia il percorso diagnostico sia quello terapeutico sono rigidamente validati - spiega Garofalo - e richiedono almeno due o tre anni per un corretto completamento”.
Ma chi può riguardare la disforia di genere?
“Ragazzi o ragazze di qualsiasi livello socio-economico, cresciuti bene in ambienti familiari ‘normali’, culturalmente validi, sensibili, ma decisi a intraprendere un cammino di identificazione che hanno atteso da tempo”. E il cammino non sarà sempre una ‘passeggiata’, tra “strappi affettivi, amicali e sociali”, ma anche un “nuovo ruolo da ridisegnarsi addosso e poi un lungo percorso di transizione/affermazione di genere, ormonale e chirurgica - sottolinea l’endocrinologo - che segnerà per sempre lo strappo con il corpo di prima”.
Fino a pochi anni fa, le persone transgender erano prevalentemente nate maschi con percorso verso il genere femminile. “Oggi invece c’è una netta inversione di tendenza - fa sapere l’esperto - circa due terzi dei giovani transgender sono di sesso biologico femminile alla nascita”. La percentuale di adolescenti post puberi, in percorso trans, che cambia idea (‘desisters’) è “molto bassa - fa sapere ancora alla Dire Garofalo - intorno al 2-4%”. Diversi transgender preferiscono quindi una transizione chirurgica (‘riassegnazione fenotipica’) non completa: “Alcuni scelgono di conservare i gameti (spermatozoi, ovociti) prima della transizione ormonale e/o chirurgica per una futura riproduzione in vitro”. I transgender hanno “usualmente una vita di coppia stabile, da eterosessuali”.
Ma cosa si sente di dire ai ragazzi o alle ragazze che vogliono intraprendere questo percorso e ai loro genitori?
“Ai giovani voglio dire di non ghettizzarsi, di non usare la loro condizione come disabilitante, ma di vivere pienamente il loro nuovo ruolo, mentre ai genitori di non osteggiare a priori e non alzare muri, piuttosto di provare a capire e discutere con delicatezza”. Garofalo tiene infine a rivolgere un messaggio anche ai pediatri: “A coloro che hanno la responsabilità della salute dei giovani raccomando un aggiornamento continuo e la capacità di fare rete con i centri specifici ormai presenti in diverse realtà sanitarie”.

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Autore

Sperelli

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