Melanoma, boom di casi nonostante la pandemia

Martedì, 12 Gennaio 2021

Aumento del 20% dei casi di melanoma fra il 2019 e il 2020. Un numero impressionante (da 12.300 a 14.900 casi), soprattutto se si tiene conto dell’abbattimento delle visite di controllo dovuto alla pandemia di Sars-CoV-2.


I motivi dell’aumento vanno ricercati nell’acquisizione di migliori strumenti per la diagnosi e nella maggiore adesione alle campagne di sensibilizzazione per il controllo dei nei.
C’è anche un aspetto negativo, ovvero le conseguenze di una scorretta esposizione al sole e dell’utilizzo delle lampade solari negli anni passati.
Fondamentale, quindi, puntare ancora sulla prevenzione, come hanno sottolineato Paola Queirolo, direttore Divisione melanoma, sarcoma e tumori rari Ieo e Michele Del Vecchio, responsabile Oncologia medica melanomi Int di Milano, durante un media tutorial virtuale, promosso da Bristol Myers Squibb.
«Il melanoma è il secondo tumore più frequente negli uomini under 50 e il terzo nelle donne in quella fascia d'età - ha spiegato Paola Queirolo -. Il rischio di insorgenza è legato a fattori genetici, fenotipici e ambientali. Il più importante è identificato nell'esposizione ai raggi Uv, in rapporto alle dosi assorbite, al tipo di esposizione (intermittente più che cronica) e all'età (a maggior rischio i bambini e gli adolescenti). L'incremento stimato quest'anno è in linea con la tendenza che osserviamo da tempo. Nel periodo 2008-2016, infatti i melanomi sono stati i tumori che hanno registrato il maggior incremento medio annuale, sia negli uomini (+8,8% in totale, +9,1% negli over 70) sia nelle donne (+7,1% in totale, +7,6% nelle under 50) e in tutte le fasce di età. Si tratta di una crescita molto sostenuta che, sebbene rispecchi esposizioni volontarie ai raggi Uv iniziate nei decenni scorsi e la recente disponibilità di tecniche diagnostiche sempre più accurate, indica la necessità di implementare interventi tempestivi di prevenzione primaria».
«Se individuato precocemente ed eliminato con una corretta asportazione chirurgica durante la fase iniziale, il melanoma è del tutto guaribile - ha poi aggiunto Michele Del Vecchio -. Purtroppo, una parte delle diagnosi avviene già in fase avanzata o evolve in questo stadio progressivamente».
Risultati importanti vengono dalla combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilumumab, che mostrano di essere efficaci nei pazienti con malattia metastatica.
«A maggio 2016, l'agenzia regolatoria europea (Ema) ha approvato la combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab più ipilimumab, per il trattamento del melanoma avanzato (non resecabile o metastatico). Questa approvazione è scaturita dai risultati dello studio internazionale di fase III, CheckMate 067, che ha coinvolto 945 pazienti: la combinazione nivolumab più ipilimumab ha mostrato una sopravvivenza a 5 anni del 52%. Inoltre, di recente sono stati riportati i risultati di uno studio di fase II con la combinazione nivolumab più ipilimumab nei pazienti con metastasi cerebrali asintomatiche. In considerazione della percentuale di risposte intracraniche ottenute (54%) e dell'82% dei pazienti ancora vivi a un anno (e del 75% a 18 mesi), a livello internazionale si ritiene che la combinazione di nivolumab più ipilimumab sia la prima opzione di trattamento per le persone con metastasi cerebrali asintomatiche indipendentemente dallo stato mutazionale Braf. In Italia, al momento, la combinazione nivolumab più ipilimumab non è rimborsata dal Servizio sanitario nazionale: è necessario che sia rimborsata anche in Italia, come in altri Paesi europei, per offrire soprattutto a questi malati un'efficace alternativa terapeutica».
«Anche le linee guida della Società europea di oncologia medica (Esmo) indicano la combinazione nivolumab e ipilimumab come standard di cura del melanoma in fase avanzata - continua la prof.ssa Queirolo -. L'elemento chiave dell'immuno-oncologia è stata la scoperta dei checkpoint, molecole coinvolte nei meccanismi che permettono al tumore di evadere il controllo del sistema immunitario. Posti sulla superficie delle cellule tumorali, i checkpoint agiscono come un 'segnale di stop', impedendo al sistema immunitario di distruggere le cellule tumorali. Queste proteine possono diventare bersaglio di anticorpi monoclonali che, inibendo i checkpoint, riattivano la risposta immunitaria antitumorale. La combinazione nivolumab più ipilimumab ha l'obiettivo di migliorare la sopravvivenza a lungo termine, grazie all'azione sinergica delle due molecole che agiscono su diversi checkpoint, rispettivamente PD-1 e CTLA-4».

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Autore

Sperelli

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