Sindrome da stress Covid-19

Giovedì, 12 Novembre 2020

Depressione, ansia, rabbia, alterazioni del sonno, uso di sostanze. Eccole le conseguenze psicologiche della pandemia che, praticamente, non hanno lasciato superstiti, tra pazienti, operatori sanitari, persone che hanno perso un familiare o il lavoro, bambini, genitori e insegnanti alle prese con questa nuova “strana scuola” e le sue nuove, strane regole.


Ci siamo dentro tutti. E la letteratura medica e scientifica si è adeguata coniando un nome inequivocabile per descrivere questo big bang psicologico dentro il quale siamo immersi: si chiama “Sindrome da stress COVID-19” ed è una sindrome da stress ben diversa dalle altre, con caratteristiche tutte sue.
La forte sensazione di impotenza, il senso di sospensione della propria vita, l’ansia da reclusione e da contagio e soprattutto un nemico invisibile da affrontare. La sindrome da stress Covid-19 non passa e non retrocede, anzi, forse siamo all’inizio: «Il trauma si riattiva a ogni ondata in cui il virus riprende forza, ma non è un evento che si realizza immediatamente dal punto di vista clinico, psicologicamente parlando ha bisogno di tempo per costruirsi, il bilancio degli effetti veri di lunga durata si potrà osservare pienamente solo in futuro - spiega la dottoressa Federica Peci, psicologa e ricercatrice scientifica di Cerebro®-. Non si tratta di uno stress acuto dato dalla paura di una cosa immediata che passa in fretta, bensì di uno stress cronico, che dura da mesi e continuerà a durare, con il rischio di provocare danni anche a livello cerebrale».
In che modo può essere coinvolto il cervello? «Lo stress, fisiologicamente, mette in atto nel nostro corpo una serie di meccanismi che servono a far reagire l’organismo a una situazione di allarme, percepita come pericolo. L’attivazione di questi meccanismi è normalmente una risposta “adattativa” che serve all’organismo per contrastare gli stimoli che possono produrre stress: infezioni, traumi, lotta o fuga», spiega la dottoressa Peci. «Il sistema immunitario per rispondere allo stress usa dei messaggeri pro-infiammatori (le citochine) che vengono rilasciati nel sangue dai linfociti T e dai macrofagi. Il nostro sistema immunitario, tuttavia, non è in grado di intervenire direttamente sul nostro cervello: possono proteggere il nostro Sistema Nervoso solo risposte immunitarie prodotte indirettamente.
In particolare, sono le cellule della microglia che difendono il nostro cervello da infezioni virali attraverso diversi meccanismi, tra cui la produzione di citochine antivirali e l'induzione della riparazione neuronale.
Ecco, negli ultimi anni è stato scoperto come un elevato periodo di stress sia legato a una diminuzione delle cellule del sistema immunitario. Perciò se lo stress persiste e la reazione infiammatoria perdura nel tempo, l’eccesso di mediatori pro-infiammatori può provocare danni infiammatori consistenti che si ripercuotono anche a livello cerebrale. Questo stato infiammatorio è detto neuroinfiammazione.
Non sono da sottovalutare, poi, i sintomi neurologici - continua la ricercatrice -: è noto che la perdita di gusto e dell’olfatto siano tra le conseguenze più tipiche dell’infezione da COVID-19, e anche queste rappresentano un segnale dell’interazione del virus con il Sistema Nervoso. Uno studio ha infatti mostrato che il sistema olfattivo potrebbe rappresentare una via di accesso al nostro organismo per il SARS-CoV-2».
Nel corredo dei rimedi terapeutici un aiuto importante viene dall’innovazione tecnologica: «La NIR è una tecnica di fotobiomodulazione, non invasiva e indolore, che ha dimostrato grande efficacia nel tenere sotto controllo la neuroinfiammazione e prevenire i danni legati ad essa. È una nostra tecnologia che si serve di un’immissione di luce nel vicino infrarosso per stimolare l’attività neuronale, e quindi migliorare le funzioni cerebrali e, allo stesso tempo, modulare processi e sintomatologie di natura neuroinfiammatoria.
Si tratta, in pratica, di un caschetto ad altissima tecnologia costruito in modo da agire sull’intera area cerebrale corticale. Ci sono molte evidenze scientifiche a supporto del fatto che la NIR possa attivare il fenotipo di microglia che abbiamo spiegato, e che esercita effetti antinfiammatori e antiossidanti. Ecco perché la fotobiomodulazione può venirci in soccorso contro la “sindrome da stress COVID-19”: ha effetti benefici sullo stress ossidativo, porta un aumento della neurogenesi e della sinaptogenesi, ha effetti antinfiammatori in quanto aumenta i livelli delle citochine antinfiammatorie e abbassa quelli delle pro-infiammatorie».

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Autore

Sperelli

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