Invecchiare in salute con l’aiuto delle Neuroscienze

Mercoledì, 26 Maggio 2021

Ottantadue, ottantuno nell’ultimo anno (per effetto del Covid), ma la speranza di vita resta ancora alta per gli europei.
Le stime parlano chiaro: soltanto in Italia oggi i centenari sono circa 14 mila e si contano quasi 14 milioni di anziani over 70. Insomma, invecchiamo sì, ma sempre più tardi.
Questo non significa che siamo tutti Harriette Thompson, la 92enne che nel 2014 ha tagliato il traguardo alla maratona di San Diego, ma quello che è certo è che ricerca
scientifica e innovazioni tecnologiche in ambito sanitario aiutano parecchio.
Il comparto dell’industria dei dispositivi medici in Italia è in crescita, si contano quasi 4000 imprese che si riversano in tutto un proliferare di strumenti diagnostici ad alta tecnologia, terapie innovative, apparecchiature tecniche di ultima generazione che ci aiutano a “prevenire” e a mantenere, laddove possibile, un buono stato di salute. Il migliore possibile.

 

Con un trend, poi, sempre più orientato alla mininvasività, come la terapia con la luce a basso flusso, traguardo delle Neuroscienze.
«La metodica della fotobiomodulazione è utilizzata in campo medico per migliorare le funzioni cerebrali in caso di danni al Sistema Nervoso Centrale, come ictus, trauma cranico o in presenza di malattie neurodegenerative» - spiega la dottoressa Federica Peci, psicologa a indirizzo Neuroscienze e direttore ricerca di una startup di dispositivi biotecnologici neuroriabilitativi - «Ma proprio per la sua efficacia, appropriatamente modulata, può essere utilizzata con funzione preventiva per mantenere attiva e funzionale la capacità cognitiva e migliorare quelle abilità del cervello che, anche in assenza di patologie, sono destinate al declino con l’invecchiamento. Sono ad esempio la capacità di apprendere nuove informazioni e di immagazzinarle, organizzare pensieri e azioni al fine di raggiungere un obiettivo o risolvere un problema, concentrarsi nei processi di apprendimento».
I dispositivi più innovativi che si basano sulla metodica della fotobiomodulazione hanno dimostrato un notevole successo su diverse problematiche: si va dai disturbi del sonno alle Cefalee, dal disturbo di attenzione a quello del linguaggio, fino agli stati ansiosi depressivi.
La metodica si basa sul passaggio non invasivo di luce a basso flusso sulla superficie
cerebrale corticale, a una lunghezza d’onda che va dal rosso al vicino infrarosso: «Esporre tessuti neuronali a tali lunghezze d’onda innesca un processo che aumenta il metabolismo cellulare e la “neuroplasticità” del cervello, ovvero, la capacità del nostro sistema nervoso di modificare la sua struttura in risposta a una varietà di fattori.
Stimolare la neuroplasticità significa agevolare il formarsi di nuove connessioni tra i neuroni, così che compensino, almeno in parte, un danno cerebrale o, in soggetti sani, lo mantengano funzionale.
Questo tipo di stimolazione comporta effetti benefici a catena sullo stato di salute cerebrale, e da lì, sull’intero organismo - continua la dottoressa Peci -: comporta l’aumento della sopravvivenza delle cellule neuronali, ha effetti benefici sullo stress ossidativo, condizione che è tra le cause principali dell’invecchiamento precoce e, soprattutto, ha effetti antinfiammatori. Abbassando ciò che viene definita la “neuroinfiammazione” si contribuisce ad attenuare un’eventuale infiammazione silente che potrebbe essere la responsabile in futuro dell’avvio di determinati processi degenerativi.
Infine, l’ossigenazione. «L’assorbimento della luce a basso flusso da parte dei tessuti biologici favorisce la vasodilatazione che, a sua volta, aumenta l’ossigenazione cerebrale. E noi sappiamo che la diminuzione dell’ossigenazione cerebrale è associata a una ridotta forza muscolare e al deterioramento delle strutture cellulari e tessutali. In una parola, invecchiamento».
Oggi fare prevenzione significa invecchiare in salute, conosciuto come “Healthy ageing”. «Un fattore di rischio importante per tutte le malattie è il tempo, che non scorre in modo uguale per tutti - conclude la dottoressa Peci -. I fattori che ci fanno invecchiare in parte dipendono dalla genetica, ma i fattori esterni giocano un ruolo altrettanto fondamentale e il nostro intervento può fare la differenza, attuando sani stili di vita e sfruttando le ricerche in campo neuroscientifico.
Non possiamo certo “azzerare” l’orologio biologico ma possiamo “rallentare” l’invecchiamento e determinarne uno in salute. La ricerca e la modulazione di questo parametro dovrebbe essere la massima priorità della ricerca biomedica».

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