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Scuola e Covid, quando serve il certificato medico?

Mercoledì, 16 Settembre 2020

La questione del certificato medico per rientrare a scuola continua ad animare il dibattito sull’inizio del nuovo anno scolastico. “Al momento, per quanto riguarda le assenze degli alunni della scuola dell’infanzia, un apposito decreto ministeriale stabilisce che gli stessi possano essere riammessi a scuola dopo tre giorni di assenza solo presentando idonea certificazione del pediatra o del medico di famiglia. La situazione non è altrettanto chiara per quanto riguarda gli studenti degli altri ordini di scuola”, ha detto all’agenzia di stampa Dire Antonello Giannelli, presidente dell’Anp, l’associazione che rappresenta i dirigenti scolastici.

 

 

“Riteniamo opportuno che le relative procedure siano definite quanto prima, al fine di tutelare al meglio la salute collettiva”, aggiunge Giannelli.
Riapertura della scuola e rischio contagio da Covid. Nel caso di un presunto o accertato caso di Coronavirus, cosa dovrà fare un pediatra per consentire al bambino o al ragazzo di essere riammesso in classe? A spiegare la procedura prevista è Paolo Biasci, presidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp): “Quando riceveremo la chiamata dei genitori, noi pediatri faremo il cosiddetto triage telefonico e dai sintomi riferiti, dalle risposte che avremo alle nostre domande da parte dei genitori, cercheremo di capire se siamo di fronte a un caso sospetto di infezione da Covid. In questo caso, il pediatra attiva il percorso assistenziale previsto e richiede il tampone. Se l’esito è negativo, per consentire a un bambino di essere riammesso a scuola, il medico firma un’attestazione in cui dichiara di aver eseguito la procedura prevista e di aver ricevuto esito negativo del tampone”.
Nel caso in cui un bambino si assenti da scuola per motivi familiari, cosa devono fare i genitori per farlo tornare a scuola senza incorrere in problemi? “È sufficiente- spiega l’esperto- avvisare in anticipo la scuola, motivando l’assenza, come è consuetudine da prima dell’emergenza Covid”.
C’è dunque una differenza tra attestazione e certificato? “Sì. L’attestazione - spiega il presidente Fimp - viene rilasciata dal pediatra a conclusione di un percorso diagnostico che avviene tramite il tampone. Il certificato, invece, può essere redatto a seguito di una visita, di una valutazione clinica, quindi solo in presenza. Nel caso di una guarigione da un malanno, per certificarla, il pediatra deve costringere i genitori a portare il bambino in studio. Ma - sottolinea Biasci - in questo periodo gli ambienti sanitari non sono più così facilmente accessibili e non è molto opportuno accedervi”.
I sintomi dell’influenza e quelli del Covid sono simili. I pediatri possono evitare di dover effettuare un tampone a ogni sintomo influenzale che verrà segnalato dalle scuole e dalle famiglie? “Purtroppo non più di tanto proprio perché la sintomatologia di un’infezione da Covid è sovrapponibile a qualsiasi altra infezione delle vie respiratorie e del tratto gastrointestinale. Infezioni che hanno sempre colpito i bambini nel periodo autunno/inverno”.
Il presidente Fimp, però, punta il dito sull’aspetto organizzativo della gestione dei casi sospetti: “Se le Regioni e le Asl avessero messo i pediatri di famiglia nelle condizioni di richiedere un tampone con la certezza di ricevere il risultato in tempi brevi, non dico in 4 ore come in ospedale ma almeno in 24 ore, credo che avremmo eliminato tutti i disagi delle famiglie, della scuola e dei bambini. Nella situazione attuale, invece, per completare questo percorso assistenziale, l’unico che si possa mettere in atto per garantire una scuola sicura, si dovrà aspettare diversi giorni (fino a 7). È un tempo irragionevole come lo sono anche 5 giorni di attesa, in cui abbiamo bloccato un bambino e un genitore prima della risposta. Se si potesse avere il responso in 24 ore lasceremmo a casa per più giorni solo i bambini che dovessero risultare positivi al Covid. Sui giornali, nei telegiornali si parla di banchi, di distanziamento, di mascherine, tutte cose giustissime, ma ci si dimentica di quanto sia importante avere anche tamponi con risultati in tempi rapidi. Una cosa che noi pediatri stiamo chiedendo a gran voce da mesi a tutte le istituzioni”.
Rispetto all’andamento delle influenze stagionali, che tipo di scenario si aspettano i pediatri per la prossima stagione invernale? “Come sempre - afferma il pediatra - siamo alle porte di una campagna vaccinale che quest’anno metterà a dura prova il contesto delle cure primarie. Ci auguriamo che i numeri saranno molto più elevati di quelli degli anni scorsi per quanto riguarda i vaccini antinfluenzali. Sappiamo che i bambini in età pediatrica sono i più colpiti dall’influenza, anche 8 volte più dell’età adulta. E in autunno/inverno riceviamo moltissime richieste quotidiane di assistenza per sintomi influenzali. Quanto al numero dei tamponi- sottolinea Biasci- non si può fare una previsione, sicuramente ne richiederemo molti. Basti pensare che i pediatri di famiglia sul territorio sono 7.500, se ipotizziamo 5/10 tamponi al giorno richiesti da ciascuno, diventano numeri veramente importanti”.
“Considerato quanto si ammalano i bambini nel periodo autunno/inverno c’è il rischio concreto che il numero di tamponi richiesti per la ricerca del Covid diventi esageratamente rilevante. In alcune regioni, tra cui la Toscana, come rete di pediatri abbiamo proposto di cercare di adottare dei criteri più restrittivi, magari legati alla combinazione di più sintomi, per decidere quali bambini sottoporre al tampone e quali no, perché piuttosto che provocare delle attese molto lunghe è meglio restringere un po’ la cerchia di coloro che vengono indagati”. A dirlo è Rino Agostiniani, vicepresidente della Società italiana di pediatria (Sip), preoccupato dallo scenario che potremmo trovarci davanti da qui a poche settimane.
“I criteri che sono stati posti dall’Istituto Superiore di Sanità per inserire un bambino nel percorso Covid sono molto ampi. Capisco che questo possa esser stato fatto per avere la migliore ricerca e tracciabilità possibili, però è presumibile che seguendo quei criteri si possa arrivare a una richiesta di tamponi talmente rilevante da mettere in crisi il sistema”. I sintomi della malattia, infatti, possono essere ampi “ma le forme più significative di solito non hanno semplicemente un raffreddore - sottolinea il vicepresidente Sip - ci può essere un’unione di più sintomi che rendono più probabile il fatto di trovare una positività al tampone. Quindi in una situazione nella quale ancora non abbiamo in dotazione i test rapidi e rischiamo la saturazione del sistema, adottare qualche criterio un po’ più restrittivo può essere una scelta di buon senso”.
Febbre superiore a 37,5 e brividi, tosse di recente comparsa, difficoltà respiratorie, raffreddore o naso che cola, mal di gola, diarrea e perdita improvvisa dell’olfatto (anosmia) o diminuzione dell’olfatto (iposmia), perdita del gusto (ageusia) o alterazione del gusto (disgeusia), sono le condizioni che potrebbero far rientrare un bambino nel percorso Covid. “In presenza di sintomi suggestivi per la patologia la famiglia allerta il pediatra che decide se il bambino può essere o meno in una situazione di potenziale rischio”. Se l’indicazione del medico è quella di far eseguire il tampone allora “il pediatra si rapporta con i servizi di igiene pubblica territoriale che hanno strutturato diverse strade - sottolinea il vicepresidente Sip - a seconda della realtà locale possono esserci, ad esempio, delle unità speciali che vanno a fare il tampone direttamente a casa, oppure si può far ricorso ai drive-in.
Ma se il bambino si ammala di una malattia stagionale e il pediatra non ritiene quindi di doverlo inserire in un percorso Covid, la vita dei genitori è tutt’altro che semplificata. “La situazione è molto poco chiara - spiega Agostiniani - per il rientro a scuola la legge non prevede attualmente un obbligo di certificazione e, come spesso accade, le Regioni si stanno muovendo un po’ in ordine sparso. Ad esempio l’Emilia Romagna ha scritto con chiarezza che si può rientrare senza certificato, ma questa non è la strategia che viene seguita da tutte le Regioni. Siamo in una situazione che crea confusione e in alcuni casi sono le scuole stesse che dicono alle famiglie che cosa vogliono per far rientrare i bambini. Io mi auguro che almeno a livello regionale ci sia una definizione precisa del percorso da fare per evitare una situazione di così poca chiarezza come quella che stiamo vivendo oggi”.
Nella lotta al Covid l’auspicio di Agostiniani è che si adottino in tempi brevi delle strategie diagnostiche alternative come, appunto, i test rapidi per la ricerca dell’antigene. “Sembra molto promettente il test salivare che si sta studiando - sottolinea il pediatra - è un test che dà una risposta in dieci minuti e confido che possa essere a nostra disposizione nel giro di qualche settimana perché cambierebbe la modalità gestionale rendendo tutto molto più agevole”. Un vantaggio soprattutto nel tracciamento epidemiologico “perché il nostro timore nei confronti dei bambini non è tanto il fatto di un’esplosione in forma grave della malattia, dato che ormai abbiamo dati che ci dicono che per fortuna si ammalano relativamente poco e, nella stragrande maggioranza delle situazioni di forme lievi. Però il timore è di perdere il tracciamento della diffusione del virus e questa è una cosa che poi potrebbe veramente metterci in grossa difficoltà”.
Se i test rapidi non arrivano e i tempi per avere la risposta dei tamponi si allungano, il rischio è che le persone si riversino negli ospedali. “È un rischio che temo molto - dice Agostiniani - ma è un comportamento che va evitato. L’utilizzo dei pronto soccorso deve essere riservato ai bambini con patologie significative e possibilmente inviati dal pediatra stesso perché l’arrivo indiscriminato negli ospedali, come abbiamo già visto in passato quando c’è stata l’esplosione di questa epidemia, è stata una delle cose che ne ha reso più difficile la gestione”.

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Autore

Sperelli

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