Dott.ssa Martina Iafolla Psicologa Psicoterapeuta


Dott.ssa Martina Iafolla Psicologa Psicoterapeuta




"Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?"


L'essere insoddisfatti di una parte del proprio corpo, non significa esserlo necessariamente dell'intera immagine di sé. L'immagine corporea, comunque, può condizionare il nostro umore fino al punto che, se il nostro aspetto riflesso nello specchio non ci soddisfa, la nostra giornata non promette bene: meno entusiasmo, poca serenità e scarso ottimismo. 


L'immagine corporea non è altro che il modo in cui il nostro corpo ci appare; non solo così come lo sentiamo, ma anche per le emozioni che ci trasmette e per i movimenti che compie. Tutto ciò influisce, il più delle volte, sulla nostra autostima


L'immagine corporea è, quindi, costituita da varie componenti:



  • Attitudinale. Ciò che la persona pensa e conosce del proprio corpo

  • Percettiva. Come la persona raffigura o rappresenta la forma del proprio corpo

  • Affettiva. I sentimenti e le emozioni che la persona ha verso il proprio corpo

  • Comportamentale. Ciò che la persona fa per il proprio corpo (ad esempio, alimentazione e attività fisica)


Il malumore derivato dalla propria forma fisica è diffuso non solo nelle donne, come è più facile pensare, ma anche negli uomini. Nei casi in cui il livello di tale sofferenza è elevato, subentra uno stato di ansia e frustrazione che nel tempo va a minare l'autostima e la capacità di stare al mondo. Vale a dire: meno propensione ad intrattenere contatti con altre persone, evitare di mettersi in mostra o affermare le proprie idee, oppure fuggire del tutto dalle situazioni sociali. Ma non solo. Si aggiungono pensieri rimuginativi, distorsioni percettive e un debole insight del problema. 


A tal proposito è stato realizzato un importante studio scientifico pubblicato su Behaviour Research and Therapy (Veale D., Riley S., 2001. The psychopathology of mirror gazing in body dysmorphic disorder. Vol.39 1381-1393) che ha mostrato come dopo un primo sentimento di piacevolezza, anche nelle persone ottimiste e felici, se ci si guarda allo specchio per oltre 10 minuti, si entra lentamente in uno stato di ansia e tristezza. La spiegazione è semplice: passare molto tempo davanti allo specchio ci fa vedere anche i difetti che non abbiamo. 


L'alterazione dell'immagine corporea può derivare anche da fattori neurobiologici:



  • l'emisfero destro è determinante per la regolazione delle emozioni

  • la corteccia prefrontale ventro-mediale potrebbe ridurre la capacità di inibire il disgusto scaturito dalla percezione di difetti del nostro corpo

  • il giro paraippocampale destro potrebbe generare delle valutazioni inadeguate riguardo il proprio aspetto, distorsioni negative e, non per ultimo, idee di riferimento


L'insoddisfazione corporea viene tradotta con credenze disfunzionali, quali "l'essere magri è indice di disciplina e autocontrollo" oppure "il mio valore è misurato in base a quanto mi uniformo a canoni estetici specifici". Quando queste  credenze emergono, si mantengono e si alimentano attraverso l'attenzione selettiva, bias di conferma e rigidità cognitiva. 


Quali sono le "soluzioni" adottate solitamente?


 L'evitamento e il body checking. Il primo si riferisce alla tendenza ad evitare tutto ciò che attiri l'attenzione degli altri sul proprio corpo (uscire senza makeup, andare in spiaggia, allenarsi in palestra). In casi più comuni, la persona partecipa ad attività sociali ma utilizza metodi riparatori per evitare l'esposizione di quella parte del corpo che vuole nascondere, come ad esempio contorcere il proprio corpo ed assumere una postura ricurva. 
Il secondo, invece, fa riferimento al controllo costante del proprio corpo, passare al vaglio ogni difetto trovato davanti lo specchio, pesarsi in modo ripetitivo, affidarsi a rituali ossessivi di cura del corpo, oppure cercare continue conferme da parte di altre persone. Non è raro che la persona impieghi molte ore per prepararsi prima di uscire, evitando di farlo nel caso in cui il risultato raggiunto non è considerato accettabile. 


La società ricopre un ruolo molto importante. Siamo inseriti in una realtà anche e soprattutto di consumo, che ci trasferisce un concetto fittizio molto chiaro:



Hai un desiderio? Può essere esaudito in modo veloce e immediato!


 


Viene implicitamente (o meno) richiesto l'adeguamento ad una identità preconfezionata, dove non c'è limite all'illusione. Basti pensare alla sponsorizzazione di prodotti che promettono miracoli, o la convinzione di esprimere la propria personalità semplicemente attraverso l'acquisto di un abito. 



La discrepanza tra come si dovrebbe essere e come si pensa di essere sfocia in una condizione di malessere, tale da mettere in scena la paura di abitare un corpo non amato. 


A quel punto entra in gioco il senso di inadeguatezza, perché non riusciamo a controllare il nostro aspetto ed uniformarlo a ciò che viene richiesto. Si unisce anche il senso di colpa, ad esempio, per non aver fatto jogging la sera prima o aver mangiato un dolce dopo pranzo. 


Insomma, in fin dei conti ..."It's just as hard to be Ken as it is to be Barbie" ("è così difficile essere Ken così come lo è essere Barbie").


 


 


 


 


 


 






Prima di parlarvi della Dipendenza Affettiva, è doveroso fare un'importante premessa: ognuno di noi è dipendente, in un modo o nell'altro, dalle altre persone; siamo mossi da una costante ricerca di approvazione, ammirazione e conferme esterne riguardanti il nostro valore e la nostra autostima. La totale indipendenza, quindi, non è né desiderabile né tantomeno possibile. In alcuni casi, però, la Dipendenza Affettiva (DA) può assumere una forma considerevole, tale da diventare patologica. Ogni dipendenza affettiva ha bisogno di un amore per diventare parte integrante della personalità ma, contrariamente, non è detto che in ogni amore sia presente una struttura di dipendenza. 


In che modo l'amore si può rappresentare come una dipendenza patologica?


La DA (o love addiction) è una condizione patologica molto diffusa. E' sempre più elevato il numero di persone che si incastrano all'interno di dinamiche affettive il cui comune denominatore sembrerebbe essere uno stato di sofferenza profondo ma che, nonostante ciò, non li allontana da una forma di assoluta dedizione per l'altro, come quella di un religioso per la sua fede. In questo caso la persona non è in grado di prendere autonomamente delle decisioni, manifesta un costante bisogno di rassicurazioni e non è in grado di vivere se qualcun altro non si prende cura di lei (Gabbard, 1995). Si tratta di persone che agiscono guidati dal terrore di essere abbandonate e sono letteralmente in scompenso quando finisce una relazione stretta. Proprio per tale ragione, hanno la tendenza ad accettare situazioni molto spiacevoli o intollerabili pur di restare nel cono di luce dell'altro. 


Una prima caratteristica peculiare delle persone con DA dal partner è, quindi, la difficoltà a riconoscere i propri bisogni e necessità, sostituendolo con una tendenza di sottomissione ai bisogni dell'altro. Una seconda caratteristica è la visione negativa di sé: queste persone vivono un profondo senso di inadeguatezza e seguono le credenze secondo cui devono essere sempre amabili e sacrificabili per l'altro per poter avere il suo amore. Anche quando questo fa male. 


Le persone che soffrono di questo attaccamento eccessivo è come se fossero ossessionate da aspettative non realistiche: riuscire, prima o poi, a ricevere l'amore da chi non vuole proprio amarle (o amarle nel modo in cui si pretende).
L'idea di amare un partner gentile e premuroso porta ad annoiarsi; il rifiuto e lo "stare sulla corda" muove una qualche forma di desiderio. Tutto questo fa parte, ovviamente, di valutazioni errate che conducono solo ad alimentare e mantenere il disturbo. 


Questa forma patologica di amore, con una prevalenza maggiore nelle donne rispetto agli uomini, fa modificare completamente la visione che si ha del proprio partner, che si tramuta in una sorta di droga, necessaria per riempire un vero e proprio vuoto affettivo. Non a caso innamoramento e tossicodipendenza hanno molti punti in comune. Entrambi sperimentano:



  • forte eccitamento alla visione del partner, così come viene prodotto dall'uso di una droga

  • craving, ovvero desiderio spasmodico e irrefrenabile per il partner, così come per la droga

  • pulsione a ricercare una maggiore vicinanza con il partner, verosimilmente associabile alla tendenza che spinge il tossicodipendente ad aumentare progressivamente la quantità di sostanza assunta

  • sintomi di astinenza come depressione, ansia, insonnia o ipersonnia, irritabilità; se nel tossicodipendente si manifestano e portano poi alla ricerca della sostanza da assumere, nel dipendente affettivo si verificherà una nuova ricerca del partner nonostante la relazione malsana (Hatfield & Sprecher, 1986; Meloy & Fisher, 2005)


Le analogie sopra elencate sono state confermate anche da diversi studi di Neuroimaging, che hanno permesso lo studio delle attività cerebrali in vivo. Queste ricerche hanno dimostrato che l'innamoramento fa attivare alcune regioni cerebrali della via mesolimbica che è piena di dopamina, un neurotrasmettitore che viene rilasciato nel cervello ogni volta che si fa qualcosa di estremamente piacevole. Il piacere che si prova fa aumentare il desiderio di ripetere questi comportamenti, per produrre ulteriore piacere. Queste stesse regioni cerebrali si attivano, quindi, anche nella dipendenza da sostanze (Fisher et al. 2010; Acevedo et al. 2011; Xu et al. 2011) così come nelle varie dipendenze comportamentali, come il gioco d'azzardo patologico o lo shopping compulsivo (Breiter et al. 2001; Knutson et al. 2007). 


La persona che soffre di DA, come dicevamo prima, nonostante riconosca la tossicità della relazione amorosa, non riesce a rinunciarvi. La dinamica che si delinea è molto semplice: nascono relazioni che non sono casuali, ma dettate proprio dal bisogno di avere una relazione; così la persona con DA immagina una brillante vita futura con il partner caratterizzata da protezione e accudimento, mentre il partner prosegue nella relazione nata con il solo scopo di sottomettere qualcuno su cui professare la propria superiorità. Con il tempo si genera quella che viene definita "area di vulnerabilità"  della relazione che non fa altro che alimentare la dinamica appena descritta. 
Il partner della persona dipendente, inoltre, si serve di modalità varie di avvilimento, sia sul piano fisico che caratteriale, arrivando persino ad esprimere un costante confronto con una presunta persona considerata migliore. Ne deriva senz'altro un aumento di insicurezza e inadeguatezza, che porterà la persona dipendente a sperimentare sentimenti legati alla perdita e ad uno scarso senso di efficacia personale. Alla lunga questo atteggiamento porta ad uno stato di allerta continuo, che si manifesta con ansia e ipercontrollo della relazione. 


Uscire dalla dipendenza, per quanto faticoso e doloroso, non è affatto impossibile. I percorsi di Psicoterapia indicati sono o di terapia individuale o di terapia di coppia. 
Nel caso in cui entrambi i componenti della coppia avvertano disagio e sofferenza nella relazione, la terapia di coppia può risultare molto utile. La terapia individuale, invece, può essere indicata per guidare la singola persona a comprendere e bloccare specifiche dinamiche interne, che portano allo sviluppo della dipendenza. 


 






Se aprissimo il vocabolario e cercassimo il verbo “rimuginare”, ciò che potremmo leggere sarà  oppure . Beh, fin qui sembrerebbe tutto ok. Infondo elaborare, riflettere ed esaminare sono tutte delle ottime indicazioni.


Ma se tutto ciò, invece, significasse rimanere chiusi nei propri pensieri negativi, immaginando continuamente situazioni negative e condizioni di incertezza future? 


Questo è ciò che realmente rappresenta il rimuginìo  -un pensiero ciclico, ripetitivo e ricorrente su una ipotetica situazione negativa che potrebbe accadere in seguito ad un problema.


È esperienza normale e comune tra gli esseri umani, ma diventa patologico nel momento in cui diviene eccessivo ed incontrollabile. Il rimuginio è il sintomo principale prevalentemente dei Disturbi d’Ansia, ma accompagna spesso anche la Depressione e i Disturbi del Comportamento Alimentare.


Spesso ci si ritrova incastrati in questo “stile di pensiero” molto astratto: si percepisce l’esigenza di trovare delle soluzioni pratiche ad un problema (per l’appunto pensando continuamente allo stesso) senza, però, produrne alcuna.


 


E allora perché capita spesso di farlo? Questa necessità viene solitamente incentivata da un fenomeno molto semplice: la riduzione dell’attivazione emotiva. In sostanza quanto più si inizia a rimuginare, tanto più si ha la sensazione che l’emozione che stiamo vivendo diminuisca.  E non solo! Si aggiunge, poi, la percezione di aver fatto concretamente qualcosa, di aver aumentato la probabilità di gestire quel determinato evento futuro.


In realtà non è così. L’unica cosa che è stata realmente prodotta è la preoccupazione (e il conseguente aumento dell’ansia) riguardo una o più circostanze. E la preoccupazione, di certo, non equivale a pianificare COME risolvere una situazione.


Cosa si può fare allora? Innanzitutto, se non è possibile in quel momento progettare e mettere in atto una soluzione, allora lascia andare questo rimuginìo e torna a vivere il momento presente. Nel caso in cui  fosse possibile, allora pensa a  COME risolvere il problema.


Se il rimuginìo è particolarmente insistente, decidi di prenderti tempo e stabilisci un “momento per la preoccupazione”: ritaglia 30 min al giorno per le tue preoccupazioni, se necessario. Cerca di esperire tutti i pensieri apprensivi durante questo periodo e se ne vieni travolto al di fuori del “ momento delle preoccupazioni”, cerca di rimandare questi pensieri al periodo della giornata da te stabilito.


Questi piccoli accorgimenti possono risultare utili per tutti, ma da soli non hanno la pretesa di sostituirsi né ad una cura né ad una Psicoterapia cognitivo-comportamentale.






Questa tecnica respiratoria è molto utile per "calmare" il nostro respiro. Prende il nome di "Respirazione Quadrata" (RQ) ed ha diverse qualità e benefici, tra i quali: 



  • Azione calmante sul Sistema Nervoso

  • Regolarizza il battito cardiaco

  • Aiuta ad affrontare situazioni problematiche


ORA INIZIAMO CON LA RESPIRAZIONE


Siediti in una posizione comoda con il busto eretto. Chiudi gli occhi ed immagina la forma di un quadrato. Osserva il lato sinistro del quadrato e inizia ad INSPIRARE, contando fino a 4 e percorrendo visivamente il lato del quadrato dal basso verso l'alto.


Ora TRATTIENI IL RESPIRO  a polmoni pieni per altri 4 secondi, mentre percorri mentalmente il lato del quadrato.


Contando ancora fino a 4, ESPIRA profondamente e percorri il lato destro del quadrato, dall'alto verso il basso. 


Proseguendo sempre con il conteggio fino a 4, TRATTIENI IL RESPIRO a polmoni vuoti mentre percorri l'ultimo lato del quadrato. In questo modo avrai completato tutto il tuo quadrato immaginario.


Ripeti la respirazione per almeno 4 volte e sentirai come il corpo e la mente troveranno sollievo.


 






La Terapia Cognitivo-Comportamentale è raccomandata come trattamento iniziale per gli adulti con insonnia cronica, secondo una linea guida di pratica clinica appena pubblicata dall'American College of Physicians (Acp) su Annals of Internal Medicine. Per giungere a queste conclusioni Amir Qaseem dell'American College of Physicians e Penn Health System di Philadelphia in Pennsylvania e colleghi hanno svolto una revisione sistematica degli studi randomizzati e controllati sulla gestione dell'insonnia cronica negli adulti. «Circa un terzo della popolazione, specie donne e anziani, soffre di questo disturbo, che può essere primitivo o secondario a patologie mediche o psichiatriche» scrivono gli esperti dell'Acp, che al termine delle loro valutazioni hanno messo a punto due raccomandazioni.


La prima è che tutti i pazienti adulti dovrebbero ricevere la terapia cognitivo-comportamentale per l'insonnia (CBT-I) come trattamento iniziale. La seconda è che i medici dovrebbero discutere con pazienti e familiari i benefici, i danni e i costi dell'eventuale aggiunta di una terapia farmacologica a breve termine nei pazienti in cui la terapia cognitivo-comportamentale da sola non ha avuto successo.


Ma facciamo un passo indietro. Quand’è che nello specifico si parla di insonnia?


Si definisce insonnia lo stato in cui una persona percepisce il proprio sonno come insufficiente o insoddisfacente; in altre parole quando il paziente non riesce a trarre beneficio dal riposo perché dorme troppo poco oppure dorme male.


L’insonnia fa parte delle dissonnie, un gruppo di disturbi del sonno dovuti ad alterazioni di ritmo, quantità e qualità del sonno, così come le apnee notturne e le ipersonnie (narcolessia).


Un altro gruppo di disturbi del sonno è quello delle parasonnie, caratterizzate dalla presenza di un evento anomalo e indesiderato nel corso del sonno, o nelle fasi di passaggio tra la veglia ed il sonno. Sono parasonnie il sonnambulismo, il sonniloquio (parlare durante il sonno), gli incubi, l’enuresi (minzione involontaria), il bruxismo (digrignare i denti), la sindrome delle gambe senza riposo (movimenti involontari e prolungati delle gambe, che impediscono l’addormentamento).


 Distinguiamo, poi, i vari tipi di insonnia in:



  • l’insonnia iniziale (quando il paziente fatica ad addormentarsi)

  • centrale (caratterizzata da frequenti e sostenuti risvegli durante la notte)

  • tardiva (caratterizzata da risveglio mattutino precoce)


  Esiste anche un’insonnia soggettiva, ovvero la percezione di dormire poco e male, nonostante i dati  oggettivi dimostrino il contrario e la persona dorma più o meno regolarmente.


Si può parlare, inoltre, di insonnia primaria se sono presenti i seguenti sintomi:


1) Uno o più dei seguenti disturbi relativi al sonno: - Difficoltà all’addormentamento - Difficoltà a mantenere il sonno - Risvegli precoci al mattino - Sonno cronicamente non ristoratore o di scarsa qualità


2) Le difficoltà riportate di sopra si presentano nonostante l’opportunità e le circostanze adeguate per il sonno.


3) E’ presente almeno uno dei seguenti disagi diurni conseguente ad un sonno disturbato: - Fatica/malessere - Difficoltà nell’attenzione, concentrazione o nella memoria - Disfunzioni sociali/professionali o scarse performance scolastiche - Disturbi dell’umore/irritabilità - Sonnolenza diurna- Riduzione della motivazione, energia e iniziativa - Disposizione a errori/accidenti sul lavoro o alla guida - Tensione, mal di testa, sintomi gastrointestinali in risposta a perdita del sonno - Ansia o preoccupazioni per il sonno.


CBT-I, quindi, sta per Cognitive Behavioral Therapy for Insomnia. Si tratta di una forma di terapia cognitivo-comportamentale multicomponenziale il cui target è specificatamente il disturbo nella continuità del sonno ed è tipicamente composta da tecniche cognitivo-comportamentali, psicoeducazione e regole di igiene del sonno.


Il trattamento dell’insonnia ha come obiettivo primario quello di migliorare la qualità/quantità del sonno e i sintomi diurni correlati al disturbo (scarsa attenzione e memoria, difficoltà di concentrazione, ecc…). 


«La terapia cognitivo-comportamentale per l'insonnia cronica è un trattamento semplice ed efficace che può essere avviato nel contesto delle cure primarie» esordisce in un editoriale di commento Roger Kathol dell'Università del Minnesota a Minneapolis, spiegando che nonostante manchino prove sufficienti per un confronto diretto tra terapia cognitivo-comportamentale per l'insonnia e terapia medica, la prima è certamente gravata da un minor numero di effetti collaterali.


 


 


 


 


 


 


 






Il Disturbo Depressivo è un problema di salute mentale comune per i giovani di tutto il mondo.


Nel 50% dei casi si manifesta tra i 15 ed i 19 anni, e si stima che in modo più o meno grave ne sia colpito il 20% degli studenti di scuola superiore.


Stiamo assistendo ad un progressivo abbassamento dell’età in cui si manifesta la Depressione. Si  indica, infatti, la prevalenza del disturbo depressivo nei bambini sotto i 13 anni (2,8%) e in aumento al 5,7% negli adolescenti . Visti i tassi di ricaduta elevati per il disturbo depressivo, ci sono una varietà di potenziali negativi e risultati a lungo termine ad esso associati, tra cui



  • difficoltà con le relazioni interpersonali

  • scarsi risultati professionali e di realizzazione

  • l'aumento dei rischi di autolesionismo

  • suicidio


Gli adolescenti sono tanto esposti alla depressione quanto gli adulti. In persone di tutte le età, la depressione è una condizione che dovrebbe essere presa sul serio. Può interferire significativamente con la vita di ogni giorno, con il funzionamento sociale e il benessere generale.


Fortunatamente d'altra parte, la depressione adolescenziale risponde efficacemente ad una varietà di programmi terapeutici, sia psicoterapici che farmacologici.


La difficoltà che si riscontra delle volte è che è raro che un adolescente riconosca di essere depresso. I giovani possono mostrarsi riluttanti a comunicare ad altri le loro sensazioni di tristezza e ineluttabilità. Inoltre, i segni e i sintomi della depressione giovanile possono talvolta essere "nascosti" e difficilmente identificabili. Proprio per questo genitori, insegnanti, e chiunque sia vicino ai giovani possono avere un importante ruolo nell'imparare a riconoscere la depressione e motivarli ad un intervento professionale, qualora ciò sia necessario. Pertanto, per i professionisti, la diagnosi precoce ed un trattamento etico e responsabile sono i passi necessari per portare alla guarigione il giovane paziente.


Ma quali trattamenti? La risposta più facile a tutto ciò sembrerebbe  l’utilizzo degli psicofarmaci. Sicuramente assumono la loro importanza in determinate circostanza, ma servono a coadiuvare un percorso psicoterapeutico che rimarrà sempre l’intervento principale per un miglioramento a lungo termine.


A sostegno di tutto ciò cito un’importante ricerca pubblicata dall’ American Academy of Perdiatrics (G. Clarke et al., aprile 2016)  che ha cercato di evidenziare se e come  la  Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è una valida alternativa nelle cure primarie. I risultato hanno portato ad una risposta decisamente affermativa.


Nella ricerca hanno partecipato un gruppo di 212 adolescenti dai 12 ai 18 anni con Depressione Maggiore.


I risultati osservati sono stati coerenti con le ipotesi proposte di Terapia Cognitivo-Comportamentale per la Depressione giovanile. Il primo anno di CBT risulta essere estremamente produttivo per il paziente, con un importante beneficio clinico, e può ridurre il rischio di futuri episodi di depressione ricorrente.


Il mancato trattamento di una depressione giovanile, in soggetti che abbiano effettuato, ad esempio,  uno o più tentativi di suicidio, può comportare, dopo l’età adolescenziale, il peggioramento dei sintomi e un peggioramento della diagnosi, rendendo il lavoro sull’ adulto più difficile  di quello che sarebbe stato sul giovane, con notevole riduzione delle possibilità di guarigione totale.


Così l'attuale evidenza scientifica suggerisce che la maggiore probabilità di un buon risultato è arricchita dalla combinazione di trattamento farmacologico con una psicoterapia cognitivo-comportamentale empiricamente convalidati.






Il termine STRESS ( dal latino "strictus" = stretto, serrato, compresso) è stato introdotto da Walter Cannon nel 1952. E' definito come una reazione sia fisiologica che psichica a una minaccia reale o percepita che richiede una azione o soluzione.


Lo stress, però, non è solo una risposta ma anche uno stimolo e in questo caso si può parlare di veri e proprio stressor. Gli stressor (persone, eventi, circostanze) possono esercitare una pressione sull'individuo o essere percepiti come esercitanti una pressione. In quest'ultimo caso entra in gioco il fattore percezione proprio perché non tutte le persone rispondono allo stesso modo a fattori stressanti. 


Vi sono comunque stressor che producono ansia in quasi tutte le persone, come la morte di una persona cara, gravi malattie, bocciature scolastiche, perdita del lavoro. Altri invece fanno riferimento ad altre variabili quali



  • Storia della persona

  • Esperienze e vissuti

  • Stile di personalità

  • Stile cognitivo

  • Genere

  • Età

  • Risorse disponibili

  • Resilienza


Lo stresso può essere suddiviso in 3 fasi:


 FASE 1- REAZIONE DI ALLARME- Si mobilitano le energie difensive come innalzamento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della tensione muscolare, diminuzione della secrezione salivare.


FASE 2- RESISTENZA- L'organismo tenta di adattarsi alla situazione e gli indici fisiologici tendono a normalizzarsi, nonostante l'intenso sforzo per raggiungere questo equilibrio.


FASE 3- ESAURIMENTO- Se la condizione stressante continua, oppure è eccessivamente intensa, si entra in una fase di esaurimento in cui l'organismo non riesce più a difendersi e viene a mancare la naturale capacità di adattarsi.


Quando si parla di stress, di solito, ci si associa un altro termine molto importante, ovvero quello di Omeostasi. Cos'è l'omeostasi? E' un ritorno dell'organismo a una situazione di equilibrio, con le condizioni che avevamo prima che l'evento stressante si verificasse. 


In realtà, studi successivi, hanno ampiamente dimostrato che è vero che l'organismo si adegua alle situazioni di vita vissute, ma modificando alcuni parametri interni. Vale a dire che nonostante si ritorni all'equilibrio, questo non sarà mai identico a quello iniziale. Tutto questo perché la persona ha tentato di incorporare quel vissuto e si è adattata allo stesso. 


. Quindi la percezione di quel vissuto e il suo superamento non possono essere "ignorati". Questo concetto viene riconosciuto con il termine di Allostasi. 


Imparare in modo adeguato a gestire lo stress è possibile! Ci sono una serie di metodi che è possibile apprendere con facilità, e altrettanti che invece permettono di correggere le nostre abitudini disfunzionali che spesso sono anche causa e aumento di stress. 






Le paure sono frequenti nei bambini e rientrano nel loro normale sviluppo psichico. La paura stessa, di solito, si accompagna all'ansia e riescono addirittura, se modulate, a fungere da motivatore per scoprire ed apprendere cose nuove. Spesso, però, paura e ansia vengono usate indistintamente. Proviamo a spiegare la loro differenze:


Paura--> reazione ad un rischio ambientale che si concentra su uno specifico oggetto, individuo o situazione; si può anche riferire a situazioni circoscritte, a pericoli specifici e ben definiti. E' suddivisa in 3 categorie:


1) paura di eventi esterni, di persone o di animali


2) paura di creature immaginarie


3) paura delle proprie inadeguatezze


Le paure variano a seconda dell'età, ma i bambini non sempre ne parlano in modo esplicito a causa della forte senso di vergogna che provano. Nei bambini più piccoli sono più tipiche le paure irrazionali di mostri, fantasmi e animali. Nei bambini più grandi le paure interessano gli aspetti sociali e la paura di apparire inadeguati.


Ansia--> reazione di timore piuttosto generica che si crea in risposta a qualcosa di non immediatamente identificabile. I bambini particolarmente ansiosi trovano più difficile rispetto ad altri bambini, calmarsi quando si trovano in una situazione stressante. Hanno buone capacità creative, ma fanno fatica ad utilizzarle per organizzare un piano di fronteggiamento dell'ansia, e se riescono, invece, si scoraggiano facilmente non portandolo a compimento. 


L'ansia infantile nelle diverse fasce d'età:


























6- 7 anni di età




  • Rumori strani e improvvisi

  • Fantasmi, mostri, esseri soprannaturali

  • Essere da soli la notte (avere incubi o visioni di creature cattive)

  • Allontanamento dai genitori o paura di perdersi

  • Andare a scuola (fobia scolastica)

  • Violenze o rifiuti nell'ambito scolastico



7-8 anni di età




  • Luoghi bui

  • Eventi catastrofici rimasti impressi da Tv, film, libri

  • Non piacere agli altri

  • Essere in ritardo a scuola o lasciato fuori dalla scuola



8-9 anni di età




  • Umiliazione

  • Insuccesso a scuola o nel gioco

  • Essere sorpreso a compiere qualcosa di proibito

  • Essere vittima di violenza fisica, sia da persone conosciute che estranei

  • Genitori che litigano o si separano



9- 11 anni di età




  • Insuccesso a scuola o negli sport

  • Ammalarsi

  • Alcuni animali (soprattutto quelli più grandi dell'uomo e quelli che lo attaccano)

  • Vertigini dovute all'altezza

  • Persone minacciose



11- 13 anni di età




  • Insuccesso a scuola, negli sport e nelle situazioni sociali

  • Apparire e comportarsi in modo "strano"

  • Morte o patologie mortali

  • Sesso (attrarre gli altri, ripugnare gli altri o essere aggrediti sessualmente)

  • Essere raggirati o plagiati

  • Perdere le proprie cose, essere derubati



Le cause psicologiche dell'ansia derivano dalla combinazione tra fattori biologici ed esperienze negative che il bambino stesso ha vissuto (direttamente e/o indirettamente).


I bambini ansiosi assumono uno stato di ipervigilanza, vale a dire che tendono ad essere spesso all'erta in attesa di una minaccia o di un pericolo imminente. Tutto ciò, ovviamente, renderà difficile rilassarsi e porterà, a lungo andare, ad avere una percezione inesatta degli eventi e distorcere la realtà. 


 






Un determinato evento, una sensazione, un'immagine o una situazione attivano una risposta di ansia. Questa situazione o evento porta la persona a valutare, inizialmente, lo stimolo in modo piuttosto rapido e globale, classificandolo come positivo, negativo o neutro. Questa modalità viene definita "Orienting mode".


Solo in caso di valenza negativa si attivano automaticamente Schemi relativi alla minaccia, che fanno sì che ci si possa difendere dal pericolo percepito. Una volta attivati gli schemi, non riusciamo a prendere in considerazione altre informazioni.


Dopo l'attivazione della minaccia, si verifica quella che viene definita "Rivalutazione elaborativa secondaria", vale a dire un momento in cui:


-o si valuta in modo razionale e costruttivo la minaccia (oppure il reale pericolo della stessa)


-o si innesca un ciclo di pensieri negativi legati alla forte preoccupazione di percepire di non avere le risorse necessarie per fronteggiarla, che aumentano lo stato di ansia notevolmente, sino ad arrivare a veri e propri sintomi ansiosi


Questo è il motivo per cui le persone reagiscono in modo diverso all'ansia. Le differenze, infatti, dipendono da come viene valutata la minaccia e da quali risorse si pensa di possedere.


Il pensiero, inoltre, influenza costantemente le nostre reazioni corporee. Ad esempio,il pensiero del proprio cibo preferito può far venire l'acquolina in bocca, il sentire un rumore di notte può far aumentare il battito cardiaco, il pensiero di poter avere un attacco di panico induce uno stato di allerta in grado di facilitare la comparsa di ulteriori sintomi ansiosi.


Più ampiamente, quindi, come afferma il Modello Cognitivo non è la situazione in sé a generare reazioni negative (sia di tipo emotivo che comportamentale), ma il modo in cui si interpreta tale situazione e, conseguentemente, il comportamento che ne deriva. Non sono gli eventi a provocare quello che sentiamo, ma il modo in cui li vediamo e li gestiamo.






L'ansia è da sempre esistita ed è una condizione comune a tutti gli esseri umani. Sin dai tempi antichi, l'ansia ha permesso di sopravvivere alle condizioni più avverse cui l'uomo ha dovuto far fronte. In assenza di ansia, molto probabilmente, l'uomo sarebbe stato preda di condizioni pericolose per la propria incolumità. Grazie ad essa, invece, ha potuto percepire un senso di "allarme" e rispondere con:



  • Attacco

  • Fuga

  • Freezing (congelamento)

  • Morte apparente


Queste quattro modalità di risposta ad una situazione di "allarme" percepita, sono tutt'oggi valide, seppur riferite non più a condizioni pericolose per la propria incolumità, ma a cosiddette sfide simboliche che ogni giorni siamo costretti ad affrontare: problemi economici, difficoltà di relazione con il partner, competizioni lavorative, esami scolastici, e così via. Senza dimenticare, poi, gli eventi traumatici causati, ad esempio, da calamità naturali o atti di criminalità, violenza, terrorismo che hanno creato un clima sociale di paura e ansia.


Ma come distinguiamo una risposta normale di ansia da una eccessiva? A che livello l'ansia diventa così disfunzionale da richiedere un intervento clinico?


Il nostro stile di vita, spesso non proprio salutare, ci porta ad assumere comportamenti che aumentano il livello di stress, rendendo così l'organismo più vulnerabile all'ansia: basti pensare alla nostra alimentazione, a come è aumentato il consumo di alcool e droghe, al tabagismo, a quanti caffè consumiamo, a quante ore passiamo sui mezzi pubblici per arrivare sul posto di lavoro, a come il nostro sonno è limitato e disturbato. A questo, poi, si aggiunge che, in particolari momenti della nostra vita, vi è un aumento dello stress dovuto a fattori specifici, rappresentati da eventi negativi come morti, malattie, ecc... e anche positivi come feste, matrimoni, che determinano un innalzamento dei normali livelli di stress, e quindi di ansia, al punto da potersi strutturare in forti sensazioni di panicoQuanto più aumenta lo stress, tanto più sarà elevata la possibilità di avere un attacco di panico intenso.


Quali sono, dunque, gli elementi che determinano il passaggio da uno stato normale di ansia ad uno eccessivo/patologico?



  1. Quando valuti in modo minaccioso determinate situazioni che in realtà non lo sono

  2. Quando diversi aspetti della vita ne risultano compromessi: se, ad esempio, hai difficoltà ad utilizzare i mezzi pubblici per raggiungere il posto di lavoro, o provi disagio quando sei al ristorante o in un centro commerciale

  3. Quando persiste nel tempo e porta la persona a pensare anche a minacce di pericoli futuri senza avere prove che possano verificarsi. Pensa a tutte le volte che sei preoccupato, ad esempio, di provare nuovamente le sensazioni esperite durante l'ultimo attacco di panico, anche in assenza di reali stimoli minacciosi

  4. Quando i segnali in grado di scatenare le risposte di paura sono molti più lievi rispetto a quelli percepiti dagli individui non ansiosi. Vale a dire che si è molto più sensibili nel percepire determinati stimoli ansiosi

  5. Quando si verificano i cosiddetti "falsi allarmi" ovvero interpreti in modo catastrofico ed errato situazioni che, in realtà, sono neutre


La tendenza ad usare le proprie emozioni come fonte di informazione e valutazione costituisce un meccanismo fondamentale nei disturbi d'ansia: "Se mi sento ansioso, allora deve esserci un pericolo". E' infatti ciò che ripeti a te stesso, il modo di interpretare la tua stessa ansia, a rappresentare il vero problema. Stai attento, dunque, a cosa pensi quando diventi ansioso e alle sensazioni fisiche che provi. Queste ultime potrebbero essere dovute ad altri fattori (stanchezza, troppa caffeina, stress, aver mangiato troppo, aver dormito poco, ecc).


Attraverso la Terapia Cognitivo- Comportamentale, quindi, si può imparare ad evitare questo genere di risposte automatiche eccessive e tenerle sotto controllo, iniziando col generare dei pensieri più efficaci e funzionali. 






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