Dott.ssa Paola Uriati (psicologa)


Dott.ssa Paola Uriati (psicologa)




CASA DI BAMBOLA: l’inautenticità di sé nella coppia


Quando ero a casa col babbo, egli mi comunicava tutte le sue opinioni, sicchè avevo le medesime opinioni. Ma se qualche volta ero d’opinione diversa, glielo nascondevo, perché ciò non gli sarebbe andato a genio. Mi chiamava la sua bambola e giocava con me come io giocavo con le mie bambole. Poi entrai a casa tua…”


Casa di bambola, Henrik Ibsen





 


Nora, sin da bambina, si nasconde dietro atteggiamenti compiacenti. Prima con il padre e,ora, con il marito. Le sue mutevoli maschere si nutrono delle conferme altrui. A volte, si trasformano in atteggiamenti da bambola sorridente e seduttiva, mentre in altri appare una “lodoletta” bisognosa di aiuto e sostegno.


Nora, incarna l’immagine di donna e moglie che non esce mai fuori le righe. Righe sottilmente imposte dal marito. Che la limitano. E la proteggono da spazi emotivi sconosciuti, dal sentirsi una donna libera e viva.


Anche il suo corpo e la sua sensualità sono subordinati all’attenzione del marito. Che verifica e corregge quelle espressioni ed atteggiamenti della moglie, considerati troppo liberi.


 


Moglie di un avvocato, Torvald. Vivono insieme ai loro tre bambini, in una bella casa.


Si stanno preparando all’arrivo del natale.


Torvald, nel nuovo anno andrà a ricoprire l’incarico di direttore di banca, posizione a cui aspira da tempo e che, finalmente, gli darà una posizione sociale ancora più prestigiosa.


Un bel giorno accade che il segreto, custodito da Nora per otto anni, rischia di venire alla luce.


Per salvare il marito da una grave malattia che lo avrebbe portato alla morte, Nora, infatti, ha contratto un debito all’insaputa del coniuge. E falsifica la firma del padre.


Krogstad, impiegato della stessa banca, le fa avere il denaro di cui lei ha bisogno.


A distanza di tempo, Krogstad, saputo dell’imminente promozione del Torvald, ricatta la donna che non ha ancora finito di estinguere il prestito.


Desidera che Nora convinca il marito a dargli la promozione, mentre quest’ultimo vorrebbe licenziarlo per altri motivi.


Nora teme che tutto ciò possa avere ripercussioni sulla sua vita familiare. Il marito, infatti, non approverebbe le scelte fatte per amor suo. Pertanto cerca in tutti i modi di convincere il marito a non licenziare Krogstad.


Il tempo scade.


Torvald riceve una prima lettera in cui viene a conoscenza del segreto che Nora ha custodito con tanta fierezza ed orgoglio per otto anni.


Il contenuto della lettera provoca una discussione violenta tra i due.


Torvald, anziché comprendere il sacrificio di Nora, la rimprovera aspramente, dicendole che da quel momento in poi, lei continuerà a vivere nella stessa casa, soltanto agli occhi del mondo. Ma non educherà più i loro figli.


Torvald, insomma, desidera solo salvare le apparenze.


Ma, c’è un colpo di scena.


L’arrivo di una seconda lettera, che contiene il documento con la falsa firma di Nora, capovolge la situazione.


Evitato lo scandalo, Torvald chiede a Nora di dimenticare la discussione. Desidera che torni ad essere la bambolina di sempre.


 


Nora, a quel punto si rende conto che il marito, in realtà, non l’ha mai amata e supportata in maniera autentica.


L’incapacità del marito di cogliere non solo la profondità e la devozione del suo gesto, ma soprattutto, la consapevolezza di non averla difesa in un momento di difficoltà, muta repentinamente l’immagine del marito.


Nora sente che è giunto il momento di abbandonare immediatamente la casa, figli compresi. “Ascolta, Torvald; ho capito in quell’attimo di essere vissuta per otto anni con un estraneo. Un estraneo che mi ha fatto fare tre figli… Vorrei stritolarmi! Farmi a pezzi! Non riesco a sopportare nemmeno il pensiero!”


 


Devo essere sola se voglio raccapezzarmi in me stessa e nel mondo. Perciò non posso più rimanere con te.”


 


Chi è, dunque Nora?


Nel compiacere il marito, Nora nasconde la sua natura, il suo mondo.


Nora incarna una femminilità, coinvolgente ed avvolgente, ma sempre composta.


Essere ciò che lui desidera, la “lodoletta capricciosa, la fa sentire apparentemente desiderata. Ma non felice.


La definisce e la protegge, dalla persona che potrebbe diventare.


Anche il suo corpo sensuale appare, in fondo, innocuo nel suo manifestarsi, che non è mai eccessivo.


Sfumature di sé, però, fluttuano libere nella sua interiorità. Si insinuano nell’animo, prendono spazio e forza, in un mondo di formalismi e falsità che inizia a starle stretto.


Il suo segreto la rende fiera, perché ha salvato suo marito. E anche perché, da otto anni, con intelligenza ed umiltà cerca di saldare il suo debito. Un debito esistenziale.


Nel suo fondersi emotivamente verso le aspettative del marito, Nora attraverso il suo segreto cerca di confinare quelle pressioni coniugali, che squalificano continuamente la sua persona.


Mantenere il segreto negli anni, le permetterà di non perdersi completamente in un’unione che non la riconosce come donna. Anzi tutto ciò le darà l’opportunità di ritagliarsi spazi di autonomia che arricchiranno sempre più il suo senso di capacità personale.


I silenzi si diffondono, in una casa accogliente. Ma vuota di senso.


Nora e Torvald sono, l’uno per l’altro, due sconosciuti. Cercano invano un riconoscimento di autenticità, in un rapporto che sconfina nella formalità, nell’ apparenza e nell’inganno.


La loro reciprocità è costruita sull’ipocrisia, non sull’incontro della loro diversità ed unicità.


Entrambi si scoprono dipendenti l’uno dall’altro per colmare un vuoto e delle aspettative che, per anni, forse, hanno consapevolmente ignorato.


Chissà, se il loro matrimonio sarebbe continuato ancora a lungo…


Ma, nel momento in cui il “miracolo “ tanto atteso da Nora non si avvera, lei prende consapevolezza che il marito non l’ha mai amata.


In fondo era solo preoccupato di difendere la sua posizione piuttosto che prendere le sue difese. Torvald non riconosce né valorizza le scelte di Nora, i suoi sacrifici, il suo amore.


Un amore che lascia in Nora un profondo e tagliente senso di delusione, da far cambiare repentinamente l’immagine del marito. Ora ha bisogno di ri-trovarsi per capire chi è è e chi vorrà essere.


 


Nelle relazioni intime spesso si oscilla tra la paura di perdere la propria individualità ed il desiderio di fondersi emotivamente con l’altro.


Abbandonare la propria individualità per restare uniti, oppure abbandonare la relazione per sentirsi indipendenti, genera, a lungo andare, sofferenze infinite.


Una scarsa capacità di differenziazione dall’altro porta, spesso, un bisogno viscerale di contatto e di conferme.


Generando sensazioni di grande disorientamento e confusione, se l’altro si percepisce distante o assente.


Ma cosa significa differenziarsi dall’altro, sia esso un compagno, un figlio o un genitore?


Significa sviluppare quelle competenze personali senza perdere la propria individualità. Significa sentirsi amati senza sentirsi fagocitati nella relazione.


Significa tollerare il dolore elicitato dall’esperienza di amare.


Significa, in definitiva, accogliere e riconoscere l’altro nella sua soggettività ed unicità.


Significa sentirsi liberi di condividere il proprio mondo con quello dell’altro. Con coraggio e gioia.


 


 


Dr.ssa Paola Uriati


 





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L'esperienza della solitudine negli ultimi decenni si sta facendo sempre più acuta, in particolar modo tra i millenial, giovani nati tra la metà degli anni '80 ed i primi anni '90.


A questo proposito, un recente sondaggio di YouGov (il sondaggio è stato condotto su 1.254 americani dai 18 anni in su), rileva che il numero di millenial, che dichiara di non avere nessun amico, amico intimo, o miglior amico è molto alto, rispetto alle percentuali decisamente inferiori di chi è nato prima degli anni '80.


Stando ai dati di Pew Pools, i millenial, oltre a vivere un marcato senso di solitudine, sono anche il gruppo demografico che utilizza di più i social: l'86% .In un certo senso, essere connessi con il mondo dovrebbe avere un effetto positivo sul senso di solitudine, eppure il senso di solitudine, dal sondaggio effettuato, è in forte aumento soprattutto tra i millenial. Alcuni interessanti studi rilanciati da Forbes e NBC sottolineano come sia proprio Internet ad essere la causa principale nel far emergere il senso di solitudine.


Più si è connessi e più ci si sente soli.


Non è un caso, che con l'avvento di Internet e l'esplosione dei social Network, i problemi psicologici, come ansia e depressione, siano aumentati fino al 70%, secondo l'ultimo report della Royal Society of Public Health.


Ma, forse, l'elemento ancora più inquietante è che la solitudine non solo può generare serie problematiche di natura psicologica, ma anche, problematiche fisiche, incrementando in maniera esponenziale malattie cardiovascolari e riduzione del sistema immunitario.


 


Il SENSO DI SOLITUDINE non è una condizione permanente, ma muta nel corso della vita.


In particolar modo, ciò che muta è la capacità di attribuire senso e significato alla propria esperienza in un rinnovato racconto di sé, in grado di cambiare negli aspetti concreti la vita di una persona.


L'individuo, vive eventi, emozioni, circostanze che, se gestiti in maniera adeguata, possono trasformare l'esperienza della solitudine in una opportunità di crescita e conoscenza personale.


Pertanto, per stimolare tale processo, è opportuno riconoscere, e non ignorare, o sottovalutare il disagio.


A questo proposito, è importante evidenziare, quanto il senso di solitudine, soprattutto se cronico, non solo è tra le forme di sofferenza più significative, ma può esporre la persona a vivere forme di disagio ancor più complesse, fino a sviluppare veri e propri disturbi psicopatologici.


Saper stare da soli, aiuta a star bene con gli altri, ed a costruire relazioni significative e durature.


 


Dr.ssa Paola Uriati


 


 





“ Talvolta non si conosce qualcosa che si vuole nel buio ma si sa che non si potrà trovare; allora viviamo la nostra vita come in una stanza sbarrata dove si ha paura”.     La tentazione della silenziosa Veronika, Robert Musil


Veronika, donna di mezza età, trascorre la sua esistenza in una vecchia casa di campagna, in compagnia dell’ anziana zia.


In questo luogo, silenzioso ed apparentemente immobile, la donna,   prende coscienza, un giorno, che la sua vita è stata priva di gioia,  Una vita in cui si è progressivamente ritirata in un isolamento esistenziale e sentimentale, inaccessibile all'altro, all'amore.


Il ritorno di Johannes che nutre da sempre, un amore viscerale per Veronika, genera nella donna le stesse sensazioni di paura vissute anni prima.



Veronika rievoca, inaspettatamente, ricordi giovanili colmi di immagini e metafore vivide, emozionanti, accompagnate da sensazioni fisiche coinvolgenti, ma ancora  prive di senso, un senso ancora troppo debole per poter prendere forma  in qualcosa di più   definito. Metafore in cui la natura si manifesta nella sua semplicità e quotidianità, scenari che rappresentano l'interiorità inquieta e sfuggente di VeroniKa dalla paura dell'altro e dell'altro di sé.


Riconosce, Veronika, che l'amore per Johannes l'aveva sfiorata da molto tempo. Ma, in quanto sentimento sconosciuto, l'aveva allontanato  senza darsi la possibilità di afferrarne il senso, che, forse, era amore.


 Veronika “a quel punto capì che quel ricordo improvviso che era sepolto dentro di lei a causa di una grande paura non si era potuto realizzare e da allora si era nascosto e chiuso dentro se stessa, impedendo il passaggio a qualcos'altro che avrebbe potuto farsi avanti, e che perciò ora doveva staccarsi da lei come fosse un corpo estraneo.”


Veronika fugge da se stessa, dal proprio sentire inafferrabile e indefinito.


Si pone domande, ma, contemporaneamente si allontana da quel sentire, perché considerato sconosciuto ed estraneo.  La sua esperienza emotiva è lì, sempre presente. Fluttua, si modifica, si traveste. Talvolta è anche troppo pesante da sopportare. Tutto questo per paura, per la paura di scoprirsi, di conoscersi attraverso l’altro,  fino a ripiegarsi sempre più su se stessa in un mondo dove le opportunità si sgretolano all’orizzonte.


E’ l’incertezza di un mondo sempre più liqueforme che  fa paura? La paura di sbagliare? La paura delle responsabilità? Forse.


La nascita getta l’individuo in un mare di  occasioni, mancate o meno. Opportunità che  continueranno a presentarsi sempre nel cammino esistenziale di ognuno. Ciò che fa la differenza  non è scegliere una strada  piuttosto che un’altra, che per quanto  possa essere rassicurante ,   non lo è mai fino in fondo.


La differenza sta nel dar   senso  alle opportunità che si incontrano e si scelgono quotidianamente. Muoversi con maggiore consapevolezza non ci protegge dall’incertezza e dalle paure della vita, ma contribuisce ad una presa in carico di se stessi e degli altri più autentica e generosa.


 


Dott.ssa Paola Uriati


 


 


 





L' abitudine può sostituire l'amore, non l'innamoramento...quel che è molto raro è provare una debolezza, una vera debolezza per qualcuno che comunque la produca in noi...che ci renda deboli...che ci impedisca di essere oggettivi e ci disarmi in eterno...”


Gli innamoramenti. Javier Marias.”


 


 


Maria Dolz lavora come redattrice in una casa editrice di Madrid.


Da qualche anno, tutte le mattine, fa colazione in un bar ed osserva, in silenzio, una coppia di sconosciuti.


Non osserva una coppia qualsiasi, ma una coppia che, ai suoi occhi appare “perfetta.”


Osserva in silenzio e con discrezione gli sguardi che i due innamorati si scambiano prima di andare a lavoro, i dialoghi colmi di complicità, il loro gesticolare, attento e premuroso nei confronti dell'altro.


Maria fantastica e si emoziona nel vedere una coppia così affiatata.


Si nutre del loro amore senza mai provare invidia. Anzi avverte una sensazione di benessere e gioia che le consentono di affrontare le sue monotone giornate caratterizzate da un lavoro insoddisfacente e un accompagnatore a metà.


Un giorno, tuttavia la coppia non si presenta.


Sembra improvvisamente scomparsa nel nulla. Questa assenza genera in Maria un profondo scoramento, al punto che ogni giorno che passa perde il suo ottimismo.


Per caso viene a sapere che Miguel, il marito della coppia, è stato aggredito ed ucciso da uno sconosciuto, che lo ha scambiato per un altro.


Una mattina, a distanza di qualche mese dall'accaduto, Maria incontra al bar Luisa, la vedova di Miguel. In quell'istante presa da un impulso irrefrenabile decide di non voler essere più un'anonima osservatrice. E si avvicina alla donna per conoscerla, per osservare gli effetti di un amore strappatole prematuramente da un feroce scherzo del destino.


Luisa quel giorno invita Maria a casa sua dove conosce Javier, il migliore amico di Miguel, di cui Maria si innamorerà ed con il quale inizierà una breve relazione.


Nel corso della loro relazione, Javier non le nasconderà mai i suoi sentimenti verso Luisa. Attende solo che il tempo sfumi, definitivamente, l'immagine di Miguel, per far posto ad una nuova opportunità: l'incontro con lui.


Maria, consapevole di tutto questo, sceglie di amarlo in silenzio, nonostante si renda conto che i loro incontri sono privi di alcun senso.


Scambi sporadici, introspettivi, in cui i pensieri di Maria, spinti da un flusso di emozioni dirompenti, si inseguono in maniera ossessiva. Fino a quando inizia a sospettare che l'uccisione di Miguel non sia avvenuta per caso.


Javier ne sarebbe l'artefice. Lui non nega, anzi le presenterà una nuova verità.


 


Il passare del tempo esaspera e condensa qualsiasi tempesta,anche se al principio non c'era neppure una nube minuscola all'orizzonte. Ignoriamo quel che il tempo farà di noi con i suoi strati sottili che si sovrappongono indistinguibili, in che cosa è capace di trasformarci."


 


 


Maria osserva tutte le mattine una coppia di sconosciuti, una coppia che incarna, nella sua fantasia, un amore genuino, duraturo, passionale. Un amore perfetto.


Un giorno però le illusioni, costruite in anni di osservazione, si frantumano bruscamente.


Spinta dal desiderio di voler conoscere gli smottamenti emotivi provati da Luisa in seguito alla perdita affettiva del marito , Maria entra, per la prima volta, in un mondo sconosciuto.


Un mondo in cui scopre e si lascia travolgere dal lato oscuro dell'amore e dell'innamoramento, i cui protagonisti sono il tempo, l'incertezza, l'inganno, il dolore, la manipolazione, la fragilità, la speranza.


Il tempo ci trasforma lentamente, raramente ne siamo consapevoli. Ma è sempre con noi, dentro di noi.


Le relazioni d'amore non sono immuni dal suo passaggio, “quante persone che ci sembravano vitali perdiamo per strada, quante si esauriscono e con quante si diluisce il rapporto senza che vi sia un motivo apparente né tantomeno uno importante. Le uniche che non ci vengono meno né ci deludono sono quelle che ci vengono strappate, le uniche che non lasciamo cadere sono quelle che scompaiono contro la nostra volontà, bruscamente, e così non hanno il tempo di crearci dispiacere o di deluderci.”


Tuttavia il tempo trascorre senza mai voltarsi, ed un amore interrotto prima o poi lascia spazio al desiderio che appare all'orizzonte.


Desiderare significa andare incontro all'altro...anche innamorarsi.


Innamoramento, che non è amore, non ancora, e forse non lo sarà.


Innamoramento che ci inebria, ci spaventa, ci perturba, ci rende fragili, ci apre ad emozioni sconosciute.


Innamoramento che si svela nella dimensione dell'incontro, attraverso l'altro ognuno prende forma, in questa dinamica l'altro appare unico, e questa unicità ci rimanda un'immagine di noi consistente e piena, ci legittima nelle nostre espressioni e nella ricerca dei nostri significati.


Attraverso questo riconoscimento ci si sente più autentici, e attraverso le dimensioni e le caratteristiche dell'altro si colgono e si articolano parti di sé, altrimenti sconosciute, in un processo di reciprocità e crescita .


 


Dr.ssa Paola Uriati


 


 


 


 


 





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I giovani d’oggi: dalla fragilità all’azione


Intervista alla Dott.ssa Paola Uriati


 


Il progredire inarrestabile della scienza, anziché proiettarci in una dimensione esistenziale più possibilista e determinista, ci ha orientati in modo del tutto inconsapevole, in una dimensione d’imprevedibilità, d’impotenza e negatività.  La capacità di desiderare un futuro migliore, presente nelle generazioni passate,  oggi, nei giovani, ha lasciato il passo, ad un clima  fatto di instabilità e d’incertezza.  Ed è proprio in questo contesto  socio-culturale,  in cui bisogna essere sempre in movimento, in cui punti di riferimento esterni, , assumono un valore sempre più centrale per il mantenimento dell’autostima e del valore personale, che diventa sempre più difficile per il giovane individuare sistemi valoriali più autentici e personali. Inoltre, il giovane, si trova ancor più disorientato, poiché da una parte,  cerca di costruire, con grande sofferenza e difficoltà,  un’identità autonoma, responsabile e svincolata dal mondo della famiglia d’origine, dall’altra si trova a dover fare i conti con una società  che non è più in grado di offrirgli il contesto protettivo e strutturante che questo fase di crescita richiede.



  • Dottoressa sta constatando nella sua professione che sono in aumento nell’ultimo decennio tra i giovani disturbi psicopatologici?


Certamente si. Negli ultimi decenni si è assistito ad un incremento tra i giovani di alcuni disturbi psicopatologici, in particolar modo sono aumentati i disturbi dell’umore, disturbi d’ansia ( ansia sociale, attacchi di panico ed agorafobia), disturbi del comportamento alimentare e disturbi di abuso di sostanze. L’instabilità della società odierna ha inevitabilmente prolungato la fase adolescenziale, amplificando quelle difficoltà, contraddizioni, disagi che un giovane si trova ad affrontare nel periodo più critico della sua esistenza. Difficoltà, che sono elicitate, anche, dal confronto quotidiano con le aspettative lavorative ed affettive, che appaiono all’orizzonte dell’adolescente sempre più distanti ed irraggiungibili.  In questo clima d’incertezza, spesso, il giovane si sente senza punti di riferimento, non avendo ancora del tutto sviluppato un’identità personale sufficientemente solida ed autonoma. Ed è proprio in questa fase che si possono manifestare alcuni dei disagi psicopatologici sopra menzionati.


 


2)Si parla tanto di depressione oggi, quali sono i primi segnali che un giovane avverte all’inizio?


 


I sintomi depressivi tra gli adolescenti sono rappresentati da sentimenti di tristezza, senso di vuoto, umore irritabile, disturbi fisici e lamentele somatiche, sensazioni di essere rallentati (sia nel fisico che mentalmente). Sintomi che spesso determinano problemi nel funzionamento sociale e nelle prestazioni scolastiche.


Le cause  vanno certamente cercate nel contesto esistenziale dell’individuo, e sono spesso legate a eventi che determinano cambiamenti importanti nella vita delle persone, come eventi di perdita, difficoltà sentimentali o di coppia, cambiamenti di status lavorativo, incluse le promozioni per le assunzioni di responsabilità che queste implicano.


Da questo punto di vista è interessante notare come negli ultimi decenni le caratteristiche cliniche della patologia depressiva si sono sempre più spostate dalla tristezza e malinconia alla inibizione dell’azione e alla perdita dell’iniziativa e motivazione, e questo si spiega in un modello di società che è diventato sempre più performante, con continue richieste prestazionali, dove se non riesci a raggiungere determinati standard di funzionamento entra in crisi tutto un sistema di riconoscimento sociale, familiare, lavorativo con conseguente calo dell’autostima, e da li all’insorgenza di un pervasivo sentimento d’inadeguatezza e di una patologia depressiva il passo è breve.


 


3)Gli psicologi del lavoro nelle attività di assessment spesso riscontrano disagi psicologici in ragazzi che hanno curriculum accademici brillanti e che in fase di selezionano crollano letteralmente sulle soft skill. Perché dottoressa secondo la sua esperienza?


 


La cultura della ‘performance’ valorizza, oggi, sempre di più giovani ‘intelligenti’e ‘conformanti’,  dimensioni essenziali per costruire un’identità personale efficiente e di valore. In questo modo, però, si escludono, o quanto meno non vengono stimolate, altre dimensioni di sé tra cui la fragilità e la debolezza.


Impedire, quindi, ai giovani di sviluppare e gestire la conflittualità, l’espressione di un proprio punto di vista, le assunzioni di rischio, l’insieme di sperimentazioni tipiche di questa fase evolutiva, può generare in quest’ultimi forti disagi emotivi.


Difficoltà, che malgrado, siano interpretate dai giovani,  come limitazioni personali senza soluzione, possono, invece, essere considerate un’opportunità per comprendere se stessi e per costruire legami più autentici .


 


 4)Il disagio giovanile sta diventando un problema sociale sentito dal mondo della scuola, dal mondo del lavoro e delle istituzioni. Come aiutare i nostri ragazzi in difficoltà?


 


La sfida nell’immediato futuro di cui saremo tutti responsabili come genitori, insegnanti, formatori,  sarà orientata a sensibilizzare ed educare i giovani a sviluppare quelle competenze comportamentali e relazionali, necessarie, non solo per costruire una identità personale stabile, ma, anche per costruire relazioni più autentiche. Sentirsi in sintonia con se stessi non è sufficiente se non si costruiscono legami profondi. Allo stesso tempo però, costruire legami implica un contatto con noi stessi, con la nostra interiorità.


I giovani hanno bisogno di avvicinarsi a delle passioni, di desiderare, di creare, sentendosi coinvolti in quello che fanno, per emanciparsi e sentirsi finalmente liberi di entrare in scena da protagonisti.


 


 


                                                                                                    


Dr.ssa Paola Uriati  


 





  La depressione è un disturbo psicologico molto diffuso tanto che risulta soffrirne una percentuale alta della popolazione, soprattutto donne. I sintomi principali di questo disturbo sono quotidiane, durature ed intense sensazioni di tristezza, accompagnate da una generale perdita di piacere e d'interesse per qualsiasi attività. 


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Le persone che soffrono di depressione sono portate ad avere una visione negativa di se stesse, di ciò che le circonda e del futuro.  Secondo un'analisi della letteratura pubblicata su Annals of Family Medicine, il rischio di ricaduta o di recidiva  generate dall'interruzione di antidepressivi diminuisce  in maniera significativa se il farmaco viene ridotto gradualmente e se è accompagnato da  una psicoterapia preferibilmente  ad orientamento cognitivo-comportamentale.


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Emma Maund, della University of Southampton, nel Regno Unito, prima autrice dello studio, riferisce che la finalità dell'analisi  è stata quella di evidenziare  l'efficacia degli interventi utilizzati per gestire l'interruzione degli antidepressivi e   gli esiti per i pazienti.


I ricercatori hanno valutato 15 studi e dall'analisi dei dati è emerso che, a due anni, il rischio di recidiva o ricaduta è più basso se  associata ad una terapia cognitivo-comportamentale (15%-25%), rispetto alla gestione in assenza di psicoterapia durante la riduzione dell'antidepressivo( 35%-80%).


Inoltre, due studi hanno riportato un rischio più elevato di sintomi da sospensione con interruzione improvvisa del farmaco.


Per concludere, gli autori osservano che la terapia cognitivo-comportamentale sembra migliorare gli esiti di un' improvvisa interruzione del trattamento, ma che l'accesso a tale terapia non è dalla maggior parte intrapresa.  Di certo la capacità di considerare il trattamento più adeguato, valutando tipologia e modalità di interventi farmacologici e psicoterapici, può rappresentare una sfida per il clinico, anche perché da un corretto approccio terapeutico dipenderà il decorso della patologia depressiva e, quindi, anche della sua possibilità di guarigione , ovvero del suo destino verso la cronicità.


 Emma Maund, et al. Managing Antidepressant Discontinuation: A Systematic Review. Annals of Family Medicine, 2019 (Jan-Feb) Vol 17 N° 1 52-60


 


Per informazioni contattare lo Studio OKMEDICINA (Roma-Cinecittà) 391-3185657


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Gladys Eysenach, fin dalla nascita si confronta con una madre fredda ed egoista. 
Da bambina triste e sola, durante l' adolescenza, una notte d'estate, scoprirà una sensazione di felicità così intensa, piacevole e travolgente, che non dimenticherà mai.
Sensazione che da quel momento continuerà a ricercare, anche a costo di distruggere la sua vita e quella dei suoi cari. 
La vita di Gladys si distinguerà per la ricerca incessante di essere amata, ammirata, per riempire quel senso di vuoto e di solitudine che nasconderà a se stessa ed al mondo.  Visitagratuita2 Un solo sguardo negato significa precipitare nel vuoto, un vuoto che si traveste, che cela il suo senso d' inadeguatezza, la sua incapacità di essere se stessa. 
Il suo unico scopo è apparire, solo così darà un senso alla sua esistenza effimera e angosciata, nella quale la sua interiorità non avrà spazio di manifestarsi, o non saprà come manifestarsi.


"Che cosa avrà da darmi la vita se non potrò più piacere?...Che ne sarà di me?...Diventerò una vecchia imbellettata...Oh, che orrore...che orrore! Meglio finire in fondo al mare con una pietra al collo". ( Jezabel, Irene Nemirovsky).


Oggi, vediamo in continuazione donne, giovani e meno giovani, che si concentrano sull' aspetto fisico, nel tentativo di nascondere quelle imperfezioni che il tempo inevitabilmente evidenzia. 
Vorrei soffermarmi su ciò che si nasconde dietro questa ricerca, a volte maniacale, della bellezza.
Spesso il bisogno di piacere, più agli altri che a se stessi, la ricerca dell' approvazione e di conferme, nasconde un senso di insicurezza personale che nel confronto con l'altro si acuisce. 
Il corpo diventa uno degli strumenti per gestire il senso d'inferiorità percepito nel confronto con l'altro. 
La ricerca della perfezione estetica, in un certo senso, permette di modulare le paure e le incertezze di un mondo interiore che non viene sufficientemente valorizzato ed accolto. 
Riappropriarsi della propria interiorità significa ri-scoprire dimensioni personali più autentiche e spontane, dimensioni che potrebbero aumentare il proprio senso di desiderabilità non per come si appare, ma per chi si è.





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L’incremento nell’adolescenza dell’obesità ed dei disturbi dell’alimentazione (eating disorders, ED), evidenzia quanto i giovani siano sensibili a tematiche relative al cibo e al proprio corpo. Nonostante tali problematiche siano vissute prevalentemente dal genere femminile, sembra essere in continua crescita anche tra i giovani maschi. Inoltre, si è osservato che pressioni psicologiche


o sociali sulla gestione del peso corporeo tra i giovani ed adolescenti, possono rinforzare comportamenti inadeguati e favorire lo sviluppo di disturbi del comportamento alimentare.


Per questi motivi Neville Golden e colleghi della Stanford University,in un report pubblicato sulla rivista Pediatrics (“Preventing Obesity and Eating Disorders in Adolescens”, 2016), hanno cercato di sfatare alcuni luoghi comuni nel counseling su una corretta alimentazione tra gli adolescenti, fornendo delle linee guida più adeguate per i pazienti e familiari.


A indurre i disturbi del comportamento alimentare concorrono fattori individuali, correlati in particolar modo alla costruzione dell’identità di genere, fattori relazionali e socio-culturali. Visitagratuita2 Inoltre, l’influenza dei modelli familiari e sociali contribuisce a rendere sempre più significativi comportamenti che valorizzano la magrezza , l’immagine e la prestanza fisica.


L’adolescente durante il periodo in cui tenta di costruire un’identità più solida e definita, si sente particolarmente recettivo a tali comportamenti per compensare vissuti di inefficacia ed insicurezza. Il corpo, quindi, rappresenta l’alterità che permette all’adolescente di gestire sentimenti che oscillano lungo un continuum che va da un senso di sicurezza ad un senso di inadeguatezza.


 


FATTORI DI RISCHIO: Un dato certo è che i regimi dietetici restrittivi favoriscono nel lungo periodo un aumento ponderale e un’alimentazione incontrollata più frequente, sia tra i ragazzi che tra le ragazze (Field et al.,2003; Neumark- Sztainer et al.,2007; Stice et al., 1999; Stice et al., 2005).


Dato altresì significativo riguarda i discorsi familiari incentrati sul peso, che promuove condotte alimentari negative e problematiche(Neumark-Sztainer etal.,2007; Berge et al., 2015; Loth et al., 2009). “ Le madri che parlano spesso del proprio peso o del proprio corpo incoraggiano involontariamente i loro figli a essere insoddisfatti del proprio corpo”, sottolinea Golden nel suo articolo, e tale insoddisfazione è spesso accompagnato da inattività fisica e dall’utilizzo di comportamenti compensatori quali l’uso dei lassativi, diuretici e vomito autoindotto per controllare il peso.


In conclusione , anche le “prese in giro”, o addirittura i motteggi offensivi da parte dei familiari o dei coetanei, espongono ragazze e ragazzi a un rischio maggiore di sviluppare obesità o adottare condotte alimentari problematiche (Eisenberg et al.,2012; Neumark-sztainer et al., 2007).


 


FATTORI DI PROTEZIONE: Nel trattamento e nella prevenzione dei disturbi dell’alimentazione (ED), il focus di specialisti e familiari dovrebbe essere diretto meno sul peso corporeo e più sullo sviluppo di un’immagine positiva di sé e del proprio corpo, riportando gli ED maggiormente su un problema identitario e di autostima, in una fase di vita durante la quale, il riconoscimento di sé attraverso gli altri, rappresenta una dinamica regolarmente presente nella costruzione identitaria dei ragazzi. Riappropriarsi di uno stile alimentare più sano e consapevole, oltre che seguire un’ attività fisica devono avere come obiettivo il raggiungimento di un soddisfacente livello di benessere psicofisico.


Infine condividere i pasti in famiglia si rivela un fattore di protezione fondamentale, poiché si associa a un regime alimentare più equilibrato e salutare e permette ai genitori di fornire un modello di alimentazione sana e, argomento da non sottovalutare, consente di individuare e affrontare precocemente possibili problemi o difficoltà dei figli. (Neumark-Sztainer et al., 2003,2004,2008,2009; Haines et al., 2010), fornendo quel supporto emotivo e quel senso di “esserci” fondamentali per la costruzione di un’identità personale solida.


 


Per concludere


Come sottolineano gli autori, la prevenzione dell’obesità, se condotta in modo consapevole e con un linguaggio focalizzato sul benessere individuale e non sul peso, non solo non aumenta il rischio di sviluppare un disturbo dell’alimentazione, ma, al contrario, riduce tra i ragazzi l’insoddisfazione per il proprio corpo e il ricorso a pratiche alimentari devianti come il vomito autoindotto, l’utilizzo di pillole per dimagrire e l’adesione a diete restrittive (Austin et al., 2005, Robinson et al., 2003). Inoltre il trattamento dell’obesità e dei disturbi dell’alimentazione si rivela più efficace se coinvolge l’intero nucleo familiare e non solo l’adolescente (Katzman et al., 2013, Shrewsbury et al., 2011), così come peraltro proposto nel trattamento fondato sulla famiglia (Family-Based Treatment, FBT), dove tra gli aspetti principali troviamo l’importanza e la centralità della figura dei genitori nel setting di cura dei disturbi alimentari dei figli.


 





Nel corso della propria esperienza di vita ognuno di noi è sottoposto a cambiamenti significativi con i quali è costretto a confrontarsi: separazione, nascita di un figlio, perdita di lavoro, malattie o, anche, fasi di svincolo ed autonomia dal proprio nucleo familiare.
Queste esperienze sono, spesso, accompagnate da vissuti di smarrimento, solitudine, rabbia e delusione.

Per quanto ci si possa preparare ad affrontare questi eventi, è necessario rendersi conto e accettare che è pressoché impossibile evitare esperienze dolorose o negative.
La vita può, comunque, essere un’esperienza gratificante, in cui si alternano occasionali prove di dolore a maggiori momenti di gioia e felicità.

Il cambiamento è, quindi, inevitabile, perché lo stesso mondo in cui viviamo è in continuo mutamento.
Non mi riferisco solo ad eventi importanti ma, anche e soprattutto, ai piccoli problemi quotidiani che, nei momenti meno prevedibili, si trasformano in dubbi amletici sul nostro agire, se sia stato giusto o sbagliato ciò che abbiamo fatto.
Una cosa, però, è certa: nessuno di noi può sfuggire dai problemi personali ma, sicuramente, ciascuno di noi può imparare delle capacità, al fine, di vivere un’esistenza più soddisfacente.
Ma quand’è che riconosciamo di avere un problema? E cos’è un problema?
Spesso si riconosce di avere un problema dalla sensazione di disagio e insoddisfazione che si prova in alcune situazioni. Certamente può anche accadere di avere un problema senza esserne consapevoli. Tuttavia, in entrambi i casi si avverte una discrepanza tra come le cose sono e il modo in cui vorremmo che fossero.
Tale discrepanza, ovviamente, non è avvertita da tutti nello stesso modo: si passa da sensazioni caratterizzate da lievi preoccupazioni fino ad arrivare a vissuti di ansia più importanti.

La preoccupazione è vissuta, spesso, come impedimento al nostro benessere.
Vissuti di ansia e frustrazione, possono aiutarci, invece, a comprendere il senso della nostra insoddisfazione rappresentando, quindi, un primo passo verso una comprensione di noi stessi, più attenta ai propri bisogni e necessità.
Sicuramente, acquisire una buona consapevolezza di sé aiuta in questo processo, ma non è, comunque, sufficiente se non è accompagnata dall’azione, ma anche dall’ accettazione, poiché possiamo modificare il modo in cui le cose sono oppure il modo in cui vorremmo che fossero.
A questo punto il cambiamento, aiutandoci ad esplorare nuove possibilità nella nostra esistenza, contribuirà a dare una prospettiva di senso alla nostra vita.

Dr.ssa Paola Uriati





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Quella percezione della solitudine nel genitore di un figlio adolescente.
Si parla tanto di adolescenti, ma i genitori chi sono? Di cosa hanno bisogno? Che effetto fa sentire il proprio figlio allontanarsi da sè? Che ruolo ha il figlio nell’equilibrio personale e di coppia? Perché se da un lato l’adolescente cerca di situarsi in un mondo di significati che rispecchi in maniera più autentica i suoi bisogni, dall’altro è inevitabile che il genitore debba fare i conti con un suo riposizionamento non solo personale, ma anche di coppia. Tale riposizionamento spesso vissuto con un senso di smarrimento e confusione potrebbe generare un’opportunità di cambiamento: vediamo in che modo…

Cosa accade al ragazzo… non mi dilungherò sul tema dell’adolescenza, ma mi preme sottolineare che l’adolescenza corrisponde alla fase evolutiva più rivoluzionaria nel percorso esistenziale di un individuo.
E’ caratterizzata da quel periodo di transizione dall’infanzia all’età adulta in cui non si è una cosa né l’altra, generando nel giovane grande disorientamento ed incertezza.
Durante questo processo di cambiamento graduale l’adolescente oscilla tra momenti di entusiasmo per le possibilità che vive e momenti di tristezza per ciò che sta lasciando. Stessa cosa accade al genitore, può oscillare tra momenti in cui osserva con piacere il figlio che cresce e momenti in cui vive sentimenti di perdita o mancanza.
La percezione di perdita e mancanza evidenzia, in entrambi i casi, sottolinea che non c’è una separazione netta tra genitori e figli. Cambia solo la relazione che da bambino tende a diventare più paritario.



Cosa accade al genitore…dalla mia esperienza clinica spesso i genitori riportano,in questa fase, vissuti di grande vuoto, tristezza, rabbia, senso di inutilità. Si sentono soli, non solo perché il figlio sta crescendo, ma anche perché negli anni il partner ha assunto un ruolo sempre più genitoriale e sempre meno di compagno con il quale si è scelto di condividere e costruire un progetto di vita.
Il venir meno di un riconoscimento, sia personale che di coppia, genera spesso una grande crisi, la cui risoluzione dipende dalla capacità di ognuno di riorganizzarsi e di dare senso e significato all’esperienza vissuta. In che modo? Innanzitutto il genitore, sentendosi costretto a riappropriarsi di se stesso come adulto non più come genitore dovrebbe iniziare a ri- investire sulla coppia, riprendendo interessi che si erano condivisi un tempo oppure crearne degli altri. Inoltre nel cambiamento di una nuova immagine di sé, potrebbe iniziare a coltivare interessi, anche in modo autonomo.



Tutto questo ha due finalità: trasforma il senso di vuoto e di smarrimento dei genitori in nuove possibilità d’essere E, in secondo luogo permette al ragazzo vedendo che i genitori stanno bene, di proseguire il suo cammino con più serenità e con meno preoccupazione di come i genitori possano sentirsi.
Sembra paradossale ma il prendersi cura è un sentimento che appartiene anche ai nostri figli…



Dr.ssa Paola Uriati






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tra poco le informazioni di Italiasalute.it
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